
Dazi Usa, la moda a rischio punta sulle negoziazioni
Pelletteria e accessori, Ceolini: «Speriamo nelle negoziazioni»
Anche l’altra anima di Confindustria Moda, quella che riunisce la filiera della pelle-accessori, ha lanciato più volte l’allarme dazi: verso gli Usa nel 2024 sono volate calzature per 1 miliardo e 388 milioni di euro (-4,9% rispetto al 2023); borse e piccola pelletteria per 1 miliardo e 216 milioni di euro (-1,6%); pelli per 162 milioni di euro (-4,1%) e pellicce per 21 milioni di euro (-11,9%). In totale, quindi, circa 2,8 miliardi.
«A seguito dell’annuncio da parte dell’amministrazione Trump sull’imposizione di nuovi dazi del 20% su tutte le esportazioni europee, esprimo grande preoccupazione per le ripercussioni che questa decisione avrà sulle nostre imprese e sul settore degli accessori moda – ha detto Giovanna Ceolini, presidente di Confindustria Moda Accessori -. L’aumento dei costi per i consumatori americani potrebbe, infatti, ridurre drasticamente la domanda per i nostri prodotti, con conseguenze negative per le nostre imprese e per i posti di lavoro, che sono una risorsa fondamentale per il nostro settore». Ceolini fa appello alle istituzioni europee: «Il nostro settore, messo a dura prova da difficoltà economiche e incertezze geopolitiche, non può permettersi un ulteriore ostacolo: per questo confidiamo in un intervento tempestivo ed efficace delle istituzioni europee per proteggere il futuro delle nostre imprese e dei nostri lavoratori. Speriamo che, attraverso le negoziazioni a cui lo stesso Trump ha accennato, la situazione possa trovare una soluzione».
Non si è pronunciata, invece, la Camera nazionale della moda italiana, che riunisce i principali brand del settore, ma più volte il presidente Carlo Capasa aveva espresso preoccupazione verso l’introduzione di queste misure protezionistiche.
A rischio le produzioni premium e accessibili
I dazi potrebbero non impattare eccessivamente sugli acquisti di lusso visto che i consumatori al top della piramide sono in generale “inelastici” al variare del prezzi – né avrebbero un effetto leva sulle produzioni: alcune lavorazioni non sono esportabili – mentre potrebbero avere un effetto su quelle di medio e basso prezzo. Inolte, sui prodotti di fascia alta, come ha sottolineato Luca Solca di Bernstein, vengono applicati già dei dazi all’import negli Usa e quindi se il 20% incorporasse le tariffe già applicate l’effetto sarebbe mitigato. Secondo alcuni analisti interpellati già a febbraio, poi, l’aumento degli oneri porterà a un butterfly effect in mercati importanti come la Cina – la cui ripresa va a rilento e potrebbe rallentare ancora – e in mercati come la Germania sulla quale peseranno i dazi sui settori dell’automotive, dell’acciaio e della componentistica meccanica.
Effetto contrario sul tax free: raddoppierà
Tra i (pochi) effetti positivi finora segnalati potrebbe esserci un aumento della spesa tax free: gli americani oggi contribuiscono al valore totale per circa un quarto e secondo quanto dichiarato da Mathieu Grac, vp Intelligence Strategy di Global Blue, il principale operatore tax free europeo «L’aumento dei prezzi che potrebbe scaturire dall’inasprimento delle tariffe comporterebbe un incremento proporzionale doppio. Resta da capire se l’Europa verrebbe considerata la destinazione più vicina per fare shopping, o se gli americani andrebbero in Canada».
Fonte: Il Sole 24 Ore