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Il rugby di club torna ad avere una Lega
Si ferma per un fine settimana il Sei Nazioni mentre riprende l’attività rugbistica a livello di club. E in Italia qualcosa si muove.
Se per la crescita di uno sport a livello di vertice l’esistenza di una Lega delle società è sicuramente importante, il fatto che nel mondo del rugby italiano una realtà del genere mancasse ormai da 15 anni non depone a favore della salute generale del movimento. Ora la lacuna è stata colmata. Le 10 società che compongono la Serie A Élite maschile (e che stanno immediatamente sotto le due franchigie del Benetton Treviso e delle Zebre Parma) hanno dato vita alla Lega italiana rugby, che in futuro potrebbe aprirsi anche alle serie inferiori e dalla stagione prossima tornerà a occuparsi dell’organizzazione del massimo campionato, partendo dal calendario.
Il presidente della Lega è Giulio Arletti, allo stesso tempo massimo dirigente del Viadana, che è incidentalmente l’attuale capolista della A Élite. «Il nostro obiettivo – dice – è quello di mettere in piedi un Piano Marshall per il rugby italiano di club. Ripartiamo con una nuova governance federale e con la consapevolezza che siamo all’anno zero. Nel senso che bisogna intervenire su tutto: stadi, comunicazione, introiti, il che coinvolge la capacità di attirare nuovi sponsor. Si tratta di prendere esempio dai campionati più importanti del nostro per trovare una via di mezzo, per rendere il nostro rugby sostenibile e alzare nello stesso tempo il livello del gioco. C’è, tra l’altro, da trovare il modo di contrastare le difficoltà che derivano dal calo demografico. Occorre far crescere i numeri a livello giovanile, sapendo che realisticamente uno 0,5% dei bambini del minirugby può arrivare all’alto livello. Per ora c’è mancanza di materia prima». E in effetti, aggiungiamo noi, la presenza di 100 giocatori non di formazione italiana in un campionato non del tutto professionistico sembra evidenziare più di un problema.
«Un grosso lavoro – aggiunge Arletti, imprenditore nel campo del fotovoltaico – dev’essere fatto nelle scuole, a sostegno dei club e anche per far conoscere il gioco, superando gli ostacoli dati da regole complesse. In questo modo si arriverebbe a portare più gente allo stadio. Un risultato che secondo me si può ottenere anche costruendo un calendario più “intelligente”, magari con meno soste e uno slittamento del finale verso giugno, per offrire un po’ più di comfort per gli spettatori».
Una possibilità di trasferire più facilmente giocatori dalle franchigie ai superclub di Élite, e viceversa, vi vedrebbe d’accordo? «Diciamo sì a un meccanismo che porti a far giocare di più gli atleti dell’alto livello e a non perderne nemmeno uno per strada. Quindi, questa è una cosa che si può fare, a patto che ci siano regole che garantiscono equità».
Fonte: Il Sole 24 Ore