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Meloni chiede garanzie di sicurezza per l’Ucraina. E Salvini attacca: «Niente soldati italiani»
Per evitare una pace «fragile e temporanea» le garanzie di sicurezza per Kiev devono necessariamente passare per il contesto «dell’Alleanza atlantica». Niente soluzioni estemporanee, o invii di truppe fuori da questo contesto, è il messaggio che spedisce agli alleati europei Giorgia Meloni, anche perché, come dice in modo più ruvido il ministro della Difesa Guido Crosetto, «i contingenti non si inviano come si invia un fax».
L’incontro Meloni-Kristersson
L’avvertimento della premier, e ancora più esplicitamente del suo ministro della Difesa, è diretto certo a Keir Starmer, che Meloni incontrerà domenica a Londra, ma soprattutto al presidente francese Emmanuel Macron, che ai 27 oggi ha riassunto il senso del suo viaggio a Washington. La risposta europea va coordinata con l’azione americana, va ripetendo da giorni Meloni, che lo ha ribadito nel corso della call voluta dal presidente del Consiglio Ue Antonio Costa e lo ha esplicitato anche nelle dichiarazioni congiunte con Ulf Kristersson. Un nuovo incontro, quello con il primo ministro svedese, che prosegue sul filo dei temi affrontati nel vertice a 4 Nord-Sud in Lapponia prima di Natale. Sicurezza sia dei confini – e quindi grande sintonia sulle politiche migratorie e dei rimpatri -, sia declinata come difesa in un momento “di grandi sfide”, come sottolinea il capo del governo di Stoccolma, che riconosce alla premier l’impegno per «conservare questo collegamento transatlantico più stretto possibile».
Il fastidio per l’attivismo di Macron
Nella breve call con gli alleati europei Meloni ha ripetuto, come aveva già fatto a Parigi, che secondo l’Italia l’invio di truppe europee in Ucraina è un’ipotesi poco «efficace e molto rischiosa». E che «molto più utile» sarebbe invece perseguire l’ipotesi di dare «concrete garanzie di sicurezza all’Ucraina». Per essere «certi che non accada di nuovo quanto visto in questi tre anni, e che le nazioni europee che si sentono minacciate possano sentirsi al sicuro», chiarisce accanto al suo omologo svedese. Che l’attivismo – e la proposta – di Macron non fossero piaciute ai piani alti del governo era cosa nota: lo rende chiaro Crosetto quando sui social punta il dito contro «i “contingenti europei” che vorrebbero mandare il presidente di una nazione comunitaria e quello di una nazione extracomunitaria». Per poi sottolineare che quando «si parla a nome dell’Europa bisognerebbe avere la creanza di confrontarsi», cosa che non è accaduta «per gli aspetti militari della questione».
Salvini: parlare ora di mandare soldati a Kiev non ha senso
Parole dure, che qualcuno legge anche come un argine all’agitazione di Matteo Salvini, pronto a ribadire nelle ultime ore che «mandare soldati italiani in terra di guerra non ha senso». Prima «Putin e Zelensky devono deporre le armi, poi si può ragionare di tutto», dice il vicepremier, scettico anche sull’aumento delle spese militari che non può essere fatto, a suo dire, a scapito ad esempio della “spesa sanitaria”.
Spese per la Difesa esclse dal Patto di Stabilità
Un sentire comune questo nell’esecutivo, che ha accolto con favore, come ha ribadito Meloni, la scelta di Ursula von der Leyen di «escludere le spese per la difesa» dal Patto di Stabilità. Un “primo passo” cui devono seguire “altre soluzioni”, ha insistito la premier, mentre Giancarlo Giorgetti dalla ministeriale G20 in Sud Africa lanciava la proposta di un “Recovery Plan per la difesa”. Un modo per «rilanciare l’industria e la crescita» oltre che per rispondere alle rinnovate esigenze di sicurezza. E la necessità di un fondo comune eviterebbe, secondo il ministro dell’Economia, che «ogni Paese inizi a muoversi autonomamente» facendo «aumentare inevitabilmente i costi» per i singoli Stati “in modo irrazionale”.
Fonte: Il Sole 24 Ore