
Eliana Di Caro racconta la controversa vicenda della finale vinta da Panatta e compagni nel Cile di Pinochet, sullo sfondo di un anno inquieto per la società italiana
È un libro di cui colpiscono, fin dalle prime pagine, sia il godibilissimo stile, sia il racconto, sempre avvincente. E dopo un po’ colpisce anche lo scrupolo della documentazione. L’autrice ha attinto alle fonti più diverse, compreso il prezioso (per il tennis) Fondo Gianni Clerici, custodito nella sede di Brescia dell’Università Cattolica, presso il quale ha anche ascoltato le radiocronache con cui Mario Giobbe dette agli italiani, su Rai Radio 2, l’unica informazione in diretta sulla controversa finale di Davis, Cile Italia del 17-19 dicembre 1976.
Che cosa ci offre in queste densissime pagine? Intanto i ritratti a più dimensioni dei sei personaggi, protagonisti della vicenda: Mario Belardinelli, responsabile tecnico della nazionale e direttore del Centro di Formia, dove aveva preparato ed educato quasi tutto il meglio del tennis italiano, Nicola Pietrangeli, il capitano non giocatore carico di glorie, e poi i quattro della squadra, Adriano Panatta, Corrado Barazzutti, Paolo Bertolucci, Tonino Zugarelli. Va lasciato al lettore il gusto di ricostruirli via via da sé questi ritratti dei sei personaggi, nei profili delle loro vite private, dei loro vizi e delle loro virtù, delle loro qualità umane e tennistiche, degli stessi contrasti fra di loro. Anche chi già li conosce trova qui qualcosa di loro che non sapeva. E arriva a conoscerli meglio: Belardinelli, maestro e padre, Pietrangeli, sorretto e afflitto dalla convinzione di essere inarrivabile, Panatta, corteggiato e corteggiatore con talento superiore a volte distratto, Barazzutti, con la sua ineguagliata tenacia in campo e fuori, Bertolucci, braccio d’oro con un amore per la buona tavola più forte di lui, Zugarelli, che si sente ingiustamente trattato da ultimo. Chi ama il tennis e la sua storia, legge queste pagine senza perdersi una riga. Poi c’è, naturalmente, la vicenda e c’è il clima in cui si svolge, dominato dalla domanda: andare o non andare? Andare è un immeritato favore al sanguinario regime di Pinochet? Il mondo dello sport è tendenzialmente più favorevole all’andare, i media e la politica sono divisi, ma il no sembra prevalere. C’era appena stato il boicottaggio del Sud Africa ancora razzista per le Olimpiadi di Montreal. E proprio in Coppa Davis il Cile era in finale perché l’Unione Sovietica si era rifiutata di disputare la semifinale. E ora l’Italia?
Come ricordo io stesso in questo libro (per alcuni aspetti del quale l’autrice mi ha generosamente coinvolto), io, che ero allora l’ultima ruota del carro, ero favorevole all’andata a Santiago. Ero tra quelli che pensavano che in Cile non tutti erano Pinochet e che il regime non meritava di fregiarsi, come avrebbe fatto, della vittoria finale in Coppa Davis. Ma i partiti, specie a sinistra, sembravano bloccati nelle loro posizioni. Il no era un a priori e se alla fine si arrivò, in primo luogo da parte comunista, a una sia pur tacita accettazione, lo si deve all’intelligenza del nostro Ambasciatore (rectius, incaricato d’affari) là, Tomaso De Vergottini, il quale già aveva ben meritato per i tanti oppositori a cui aveva dato rifugio, agevolandone poi l’uscita dal Paese. Fu lui a negoziare la liberazione di due esponenti del locale partito comunista in cambio della rimozione degli ostacoli politici italiani. Nell’occasione i comunisti cileni fecero sapere ai loro compagni italiani che l’effetto del no poteva anche essere un maggior consenso nazionalistico a favore del regime.E la squadra dunque partì, ma il clima continuò ad essere malcerto, con le teste più voltate dall’altra parte che a favore. Non tutti i giornali mandarono i loro inviati, La Repubblica decise da ultimo di mandare Saverio Tutino, ma solo per raccontare le nefandezze del regime, non la finale della Davis. La televisione fece soltanto dei resoconti serali e l’unica voce in diretta era quella già ricordata di Mario Giobbe su Rai Radio 2. Quando la squadra tornò in Italia con la Coppa, ad attenderla all’aeroporto non c’era nessuno.Il clima generale fu questo, ma la vittoria fu vissuta dal mondo dello sport, e non solo da esso, appunto come una vittoria, un motivo di orgoglio italiano che era stato inseguito da anni, almeno dal 1961, quando avevamo perso la finale con l’Australia. Ora c’eravamo riusciti e crebbe la popolarità dei nostri giocatori, in primis di Panatta, protagonista di un anno meraviglioso (aveva vinto anche gli Internazionali di Roma e di Parigi), e autore della scelta di giocare il doppio a Santiago con la maglietta rossa, rossa come i fazzoletti cuciti dalle madri cilene con i nomi dei loro figli scomparsi (“Ci sparano”, aveva detto Bertolucci, ma lo avevano fatto). L’argomento che avevamo impedito al Cile fascista di iscrivere il suo nome sulla Coppa Davis prese, anche grazie a questo, a farsi strada.
Ed eccola l’Italia dello sport, del tennis, mettere il suo segno positivo su un periodo della nostra storia, gli anni 70, che tendiamo invece a ricordare soprattutto come gli anni di piombo. No, non fu solo così e il libro nel fornire il contesto generale dell’avventura cilena lo dice. Ricorda la forza della nostra democrazia non solo nel contrastare il terrorismo, ma anche nel varare riforme che nascevano dalla maturazione in corso nel Paese, il diritto di famiglia, il divorzio, l’abolizione dei manicomi, il servizio sanitario nazionale. Ci accorgiamo che il tessuto della democrazia contro la quale si arenò la strategia della tensione era solido in primo luogo fra gli italiani. E scopriamo che del suo ordito fecero parte anche la forza educativa del Centro di Formia di Mario Belardinelli, le qualità sportive ed umane dei tennisti che ne uscirono; le loro magliette rosse sui campi di Santiago.
Eliana Di Caro
L’anno della Davis.
Il 1976 e l’Italia che cambia
il Mulino, pagg. 152, € 15
In libreria dall’11 settembre

