
La preziosa esposizione “W̶o̶m̶a̶n̶ Painter”, al Nasjonalmuseet fino al 7 febbraio, arriverà alla Galleria Borghese di Roma dal 15 marzo al 30 maggio
Scardinare consolidati cliché e soprattutto ridefinire il ruolo delle artiste donne tra il 1550 e il 1650; il tutto con raffinate analisi e precisione filologica a partire da nomi eccelsi come quello di Artemisia Gentileschi, Sofonisba Anguissola, Lavinia Fontana, Judith Leyster, Margaretha de Heer o Clara Peeters. E così facendo abbatte il recinto dorato che per secoli ha relegato i loro capolavori ai generi minori.
Impresa ardua e assolutamente riuscita quella del Museo Nazionale di Oslo, che in collaborazione con la Galleria Borghese, ha avuto l’encomiabile ardire di ospitare una grande rassegna curata da Cynthia Osiecki ed Ellen Lerberg, (imperdibile anche il catalogo Becoming Painters, Women’s Education and Practice in Early Modern Europe, a cura di Patrizia Cavazzini e Cynthia Osieckipe) che allinea 51 capolavori di 19 artiste.
Ben lungi dal voler essere una semplice operazione di gender history, la mostra “W̶o̶m̶a̶n̶ Painter” (Oslo, Nasjonalmuseet, fino al 7 febbraio 2027).
costituisce un vero e proprio excursus su come lo sviluppo di queste artiste si sia sviluppato, attraverso vere e proprie ben collaudate strategie di mercato, e come la loro formazione, seppur spesso favorita dall’ambiente “artistico” di provenienza familiare o da condizioni di agiatezza abbia poi percorso le più ardue vie dell’affermazione professionale e personale di queste talentuose interpreti dell’arte italiana e dei Paesi Bassi, e quindi europea.
Una scelta quella dell’Istituzione norvegese che a ben guardare affonda le radici nelle proprie collezioni, forti della Maria Maddalena Penitente, entrata in catalogo nel 1866 come dono di Miss B. Cappelen e attribuita prima ad anonimo di scuola caravaggesca, poi ad Antiveduto Gramatica, mentre solo nel 1999 il quadro è inserito nel catalogo ragionato di Raymond Ward Bissell e finalmente ricondotto ad Artemisia Gentileschi (1593-1654). Contestata a lungo anche l’identificazione con la “Maddalena penintente”, a causa di un cofanetto che un precedente intervento di restauro le faceva mantenere nella mano sinistra e che un recente intervento ha dimostrato essere soltanto un’aggiunta volta a celare uno strappo della tela. Il quadro, qui eccezionalemente si confronta con la Maria Maddalena del 1614/1615 giunta dagli Uffizi, e che non sara’ invece presente nella trasferta romana della mostra.
La smentita plastica al mito della “pittura minore” al femminile qui ad Oslo è più che manifesta fin dalle opere monumentali. Su tutte, il prestigioso prestito della Galleria Borghese: la Minerva in atto di abbigliarsi (1613) realizzato da Lavinia Fontana (1552-1614) appena un anno prima della morte. Un’opera di grandi dimensioni (258×190 cm) commissionata dal cardinale Scipione Borghese e che rappresenta uno dei primi nudi femminili eseguiti da una donna.
Il quadro, che nel 1700 venne attribuito a Tiziano, quindi al Padovanino e a Girolamo Forabosco, solo alla metà del secolo scorso venne restituito all’arte della Fontana.
La dea romana, completamente nuda, rivolge lo sguardo ammiccante allo spettatore, mentre trattiene una veste riccamente ricamata, giusto richiamo al suo ruolo di protettrice delle tessitrici; e insolitamente la dea della guerra, della saggezza e della giustizia, deposte le sue insegne ed armi ai suoi piedi, è colta in un attimo di sensuale intimità mentre il piccolo Cupido gioca con il suo elmo, così alludendo al potere vincente dell’amore.
Una prova questa per Lavinia della sua abilità nel dipingere un nudo femminile, che più tardi servirà da modello anche ad Artemisia Gentileschi. Resta incerto se il volto della dea, che ha verosimilmente le sembianze della pittrice, rappresenti lei stessa da giovane [...]

