
Lontana dai cliché sulla moda e sul suo Paese, la Cina. Iperrealista ed eclettica, non ricerca lo stile, ma l’accuratezza. E si muove maneggiando la luce come se fosse un ingrediente.
Provare a definirla è già un passo falso. Chi è Chen Man? Una fotografa? Una pittrice che usa la macchina fotografica come un pennello? O una graphic designer che ha spostato il proprio linguaggio nella moda? Me lo chiedo mentre la osservo muoversi con una grazia quasi zen nella sua casa-studio di Pechino, nei toni crema: alle sue spalle, una credenza tradizionale cinese in lacca cinabro rosso, decorata con tralci di peonie e loto; intorno, fotografie di una vita appoggiate ai libri. Indossa una camicia a portafoglio bianca e una sottilissima collana verde, qua si impercettibile. Un dettaglio minimo, eppure rivelatore: il verde ritorna spesso nel suo lavoro, un fil rouge, o meglio, vert. Un colore che, per lei, ha a che fare con la memoria e l’eredità degli antenati. A guardarla, colpisce la semplicità. Eppure si tratta di una fotografa che ha collaborato con alcuni dei più importanti brand del lusso internazionale, tra i quali Dior, Gucci, Louis Vuitton, Piaget, MAC e Adidas, firmando editoriali e cover per le maggiori testate internazionali e ritraendo figure del calibro di Nicole Kidman, David e Victoria Beckham, Rihanna, Sophie Marceau e Isabelle Huppert.
Ma all’origine di questo immaginario, c’è una scena molto più semplice, quasi primitiva. «I miei genitori facevano parte della generazione mandata nelle campagne durante la Rivoluzione Culturale. Furono trasferiti nella Mongolia Interna: è lì che sono nata. I miei primi ricordi sono quelli di una casa piccola, quasi rurale. Un giorno mia madre mi vide disegnare un topo sul muro; un gesto semplice, infantile. Per lei bastò: lo prese come un segno e, con quella determinazione tipica delle madri cinesi, decise che avrei studiato pittura. Col tempo ho capito che tutto sta nella ripetizione. Come Sisifo: un gesto che sembra identico, ma non lo è mai. È così che si diventa artigiani».
Da oltre vent’anni, Chen Man costruisce immagini che sembrano fotografie solo a una prima occhiata. Più le si osserva, più emergono livelli diversi: il ritocco digitale, la storia cinese, la moda, la pittura, la memoria. Fin dagli esordi, il suo lavoro appare difficile da inquadrare, troppo costruito per essere fotografia nel senso tradizionale, troppo legato al mondo commerciale per rientrare nel sistema dell’arte contemporanea. Negli anni dell’università collabora con Vision Magazine, allora una rivista marginale, ma già avanguardista. Con una formazione in graphic design, l’uso di Photoshop le viene naturale: scansiona pellicole, interviene radicalmente sugli scatti, costruendo un’estetica iperrealistica e sfarzosa. Il risultato è qualcosa che il pubblico non aveva ancora visto, e che nel giro di poco tempo contribuisce a ridefinire i codici visivi della moda cinese.
«Nei miei primi anni creativi ero molto timida. La macchina fotografica era un modo per nascondermi, per non mostrare il mio volto, ma allo stesso tempo entrare in relazione con gli altri. Mentre crescevo non avevo né telefono né televisione, e nemmeno molti libri. La bicicletta era già un lusso. Ma c’era il silenzio, uno sconfinato silenzio, popolato dai leoni e draghi della mia infanzia, quelli che vedevo a due a due intorno alle porte a protezione delle famiglie. È lì che ho imparato a usare l’immaginazione ed è lì che è iniziato tutto», ricorda.
Appartiene a questa fase The Astronaut (2008), oggi nella collezione permanente del Victoria and Albert Museum di Londra, che consacra Chen Man come la prima fotografa di moda cinese a entrare in una collezione così prestigiosa. È un’immagine che condensa il passaggio della Cina da potenza agricola a nazione proiettata verso il futuro tecnologico e spaziale. La figura femminile, la sua musa di quegli anni, Dan Ni, indossa un casco di vetro futurista, il volto è solcato da una lacrima che restituisce all’immagine una dimensione umana, fragile, irriducibile. Alla domanda su come sia cambiato lo sguardo della moda cinese, per anni rivolto verso l’Occidente, Chen Man evita ogni semplificazione: «La Cina è troppo vasta per essere racchiusa in un’unica immagine. Abbiamo dialetti, cibi, tradizioni completamente diversi. Per me è importante trovare un’armonia, il minimo comune denominatore tra tutte queste cose. Ma non mi interessano i cliché, i draghi, l’opera, ciò che ci si aspetta. La Cina contemporanea è in continua mutazione. Io non ricerco lo stile, ma l’accuratezza. Mi piace pensarmi come uno chef: quando ho davanti una persona o una storia, devo capire come maneggiarla. Uso la luce come un ingrediente».
A un certo punto, però, il suo linguaggio ipercostruito incontra delle resistenze. In Cina, spiega, il pubblico fatica ad accettare immagini troppo elaborate, troppo distanti dal reale. E forse è giusto così. Perché, al di là della superficie levigata delle sue opere, Chen Man ha sempre avuto una consapevolezza ben precisa: «La perfezione non è di questo mondo. L’umanità è, per natura, fatta di incrinature. L’ho imparato stando a contatto con l’universo delle fragranze: le essenze, nella loro forma concentrata, hanno spesso un odore pungente, quasi sgradevole. Eppure è proprio da lì che nasce [...]

