A Torino apre Utopian Hours, il festival delle idee per la città del futuro

Venerdì 16 e sabato 17 ottobre torna alla Centrale Nuvola Lavazza e al Dorado la 10° edizione del progetto che ha portato in Italia esperienze e protagonisti della trasformazione urbana internazionale, facendo dialogare discipline e professionalità che di solito lavorano separatamente

La città che riflette su se stessa, mette attorno allo stesso tavolo amministratori, progettisti, imprese e cittadini, cerca nel confronto internazionale strumenti per trasformarsi. È il significato del city making, il «fare città» che allarga il campo dell’urbanistica e dell’architettura alle competenze di chi abita, gestisce e anima i luoghi. Serve a collegare una visione alle condizioni per realizzarla, a capire come un’esperienza sviluppata altrove possa diventare utile al proprio quartiere, a costruire relazioni da cui nascano interventi concreti. Un approccio che in Italia ha trovato a Torino un laboratorio di divulgazione e confronto con Utopian Hours, il festival di Stratosferica che venerdì 16 e sabato 17 ottobre torna alla Centrale Nuvola Lavazza e al Dorado per la 10° edizione.

Nato nel 2017, il progetto ha portato in Italia esperienze e protagonisti della trasformazione urbana internazionale, facendo dialogare discipline e professionalità spesso abituate a lavorare separatamente. Al centro, la possibilità di imparare dai processi con cui un’idea prende forma, dalle persone che la promuovono e dalle condizioni che ne consentono la realizzazione. «Quando Utopian Hours è nato sembrava irrealistico, quasi assurdo, voler costruire un festival attorno all’entusiasmo che le città generano – spiega Luca Ballarini, fondatore di Stratosferica e cofondatore e codirettore di Utopian Hours -. Oggi possiamo dire che il nostro lavoro di pionieri creativi ha lasciato il segno in Italia, tanto che sono moltissimi gli eventi e i media che riprendono il format e il linguaggio che Utopian Hours ha generato, affrontando temi che abbiamo anticipato di anni».

La misura di questa evoluzione, per Ballarini, passa anche dalle ricadute professionali del confronto. «Nonostante il city making sia diventato per molti una moda, il nostro obiettivo è rimasto quello di portare soluzioni urbane vincenti con un approccio incentrato sull’azione e sull’impatto, rifuggendo narrazioni ideologiche o superficiali. Il festival ha generato oltre 20 milioni di euro di impatto economico, frutto di contratti professionali sviluppati da relazioni nate durante i nostri eventi e ricaduti su decine di città italiane». Un dato dichiarato dall’organizzazione che riguarda dunque il lavoro attivato attraverso la rete del festival e restituisce la sua ambizione di funzionare anche come luogo di incontro fra domanda di trasformazione e competenze per accompagnarla.

Il cambiamento riguarda il modo stesso di leggere la città. Accanto agli edifici e alle infrastrutture entrano nel progetto gli usi quotidiani, la capacità delle comunità di organizzarsi, la gestione degli spazi condivisi. Anche raccontare una trasformazione diventa parte del lavoro necessario a [...]

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