A Venezia rivive la Dolce Vita nell’hotel Cipriani Belmond

Dal 1958 richiama il jet-set internazionale alla Giudecca, un’oasi glamour e con servizi di super lusso a due passi dalla confusione di San Marco

Esiste ancora la Dolce Vita? Se ti guardi intorno al Cip’s, uno dei ristoranti dell’hotel Cipriani, pensi proprio di sì. Sarà anche un’illusione per i viaggiatori internazionali ma sembra che qui la vita sia veramente dolce. D’altronde cosa potrebbe suggerire meglio quest’idea se non dondolare leggermente su una chiatta con un Bellini e un fritto misto di laguna davanti a piazza San Marco?

Per essere precisi, la Dolce Vita si riferisce a un momento della storia romana tra la fine degli anni Cinquanta e i primi anni Sessanta durante il boom economico italiano del dopoguerra, quando il belmondo si incontrava in via Veneto tra chiacchiere, scandali e caffè aperti fino all’alba, immortalati da paparazzi d’assalto e dal film di Federico Fellini che, pur criticando il senso di vuoto e la decadenza morale dell’epoca, l’ha resa indelebile con l’immagine di Marcello Mastroianni e Anita Ekberg nella fontana di Trevi. Se riusciamo a svincolare la dolce vita dal suo contesto originale e a conservarne l’atmosfera di svago e piacevolezza, il concetto calza idealmente la ricerca di bellezza, buon cibo, divertimento di chi sogna un viaggio in Italia oggi. In questo senso esiste eccome, e certi luoghi ne sono diventati la prova tangibile. Il Cipriani in primis, che nacque negli stessi anni del movimento romano – era il 1958 – , e fin dall’inizio riuscì a portare il jet-set internazionale sull’isola della Giudecca, creando un’oasi glamour a due passi dalla confusione di San Marco. Dei loro ospiti vip conservano le foto autografate in una hall of fame che collega la lobby al ristorante. Sono attori e pop star di ogni epoca, ma qualcuno potrebbe essere hic et nunc al bar o in piscina a rilassarsi.

Però il Cipriani, che appartiene ai Belmond Hotels del gruppo LVMH, è soprattutto un posto per ospiti abitudinari, che tornano da anni e vi soggiornano per settimane. Come quella signora americana che si fermava per un paio mesi, e a un certo punto decise di comprare casa, purché fosse a due passi dall’hotel. La trovò, la comprò, ma poi stava sempre al Cipriani, e dopo un paio di anni la rivendette per tornare alla sua suite preferita. Il Cipriani è un posto del cuore, che si colloca tra sentirsi a casa e viaggiare, tra il bisogno di mondanità e intimità assoluta. Come si desidera.

Ci siamo tornati perché da un paio di anni è in ristrutturazione, con il designer Peter Marino come direttore creativo. Quando avevamo visto i bagni mock up, ipercolorati e optical, ci eravamo preoccupati. Niente paura, perché rinnovare per Marino non ha significato cancellare bensì ampliare gli orizzonti, eliminando un muro all’entrata a favore di una reception meno formale tra libri e opere d’arte. Nelle camere invece gli ambienti si allargano grazie agli specchi che ricoprono armadi, angoli, a volte intere pareti, e grazie ai vetri di Murano che luccicano su lampadari e applique. Ci sono broccati e tappeti con i colori della laguna, i pavimenti a terrazzo con nuove geometrie. Non si rimpiangono i vecchi arredi. Restano i pezzi storici e resta quel tenue stuccato veneziano rosa che fa da filo conduttore tra gli ambienti condivisi.

Quest’anno è stata inaugurata anche la spa Dior, con trattamenti studiati apposta per la laguna e una collezione di boccette di profumo che fa girare la testa. Anche il ristorante Oro è cambiato: pochi tavoli distanti, il quadro che ha voluto lo chef Massimo Bottura come emblema dello stile di cucina, la maitre stile Tilda Swinton che fa venire l’acquolina in bocca raccontando il menù. Un altro teatro, con tanto di tendone porpora all’ingresso. Ai fornelli c’è Vania Ghedini, scelta dal consulente Bottura che in due anni ha trovato la strada. La sera degustazione, a pranzo club sandwich gourmet (pensate si può pure addentare senza avere fauci da squalo!) e il classico Carpaccio che si trova anche negli altri quattro ristoranti dell’hotel ma qui nasce dall’interpretazione di Ghedini che, non volendo stravolgere la ricetta iconica, ha coperto con un ritratto (edibile) del pittore che nel 1950 le diede il nome. Chiaro però che la mano della chef fa di questo piatto uno special anche per quel che c’è sotto.

Il punto è che il Cipriani è organizzato come una produzione cinematografica. Ogni spazio è studiato per mettere gli ospiti nella condizione di vivere il presente istante per istante, seguendo un copione a braccio fatto di scambi cortesi tra ospiti e staff (camerieri in giacca bianca, governanti in grembiule rosa, il falconiere….), di occasioni conviviali (per esempio i giri in barca tra le isole con altri ospiti), passeggiate nel parco con l’orto, domande e risposte, richieste e sorrisi, stare insieme e guardarsi intorno. È un posto vivo, spontaneo, dove la privacy è sempre rispettata. È un set dove protagonisti sono gli ospiti, ognuno con la sua trama di vacanza.

Dunque esiste ancora la Dolce Vita? Sì, perché rende l’idea di un’Italia gentile e generosa, e in questo hotel della Giudecca ha trovato il suo terreno più fertile.

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