
Carlo Borlenghi non era solo un fotografo di regate, ma un vero e proprio innovatore che ha saputo cogliere l’essenza invisibile del mare e delle barche.
La scomparsa di Carlo Borlenghi priva la fotografia sportiva italiana di uno dei suoi riferimenti internazionali più riconoscibili. Dire “fotografo di vela” (o di barche in genere) è corretto, ma insufficiente. Borlenghi non si limitava a documentare una regata: ne cercava la struttura invisibile, il rapporto fra scafo, uomini, vento, luce e paesaggio. In un settore ristretto e tecnicamente difficile, il suo cognome era diventato un’unità di misura, il termine con cui confrontare un’immagine di mare.
Nato a Bellano nel 1956, aveva cominciato fotografando le regate sul Lago di Como mentre studiava a Milano. La svolta arrivò alla fine degli anni Settanta, con la collaborazione con Uomo Mare Vogue e con una fotografia destinata a entrare nell’immaginario della vela: Brava, la barca di Pasquale Landolfi, in strapoggia al largo di Alassio, quasi rovesciata, con l’armatore mezzo sott’acqua. Era il 1979. Quello scatto mostrava già ciò che avrebbe distinto tutta la sua carriera: non la barca posata davanti all’obiettivo, ma l’istante in cui il mare ne svela potenza, limite e carattere.
In quella fase fu importante anche l’aiuto Margherita Bottini, giornalista e fotografa di nautica, che lo ospitò a bordo in quel giorno che lo consacrò come un esordiente dalla grande prospettive, intuendone il talento e contribuendo ad accelerarne il percorso professionale. Borlenghi avrebbe poi restituito molto di quanto aveva ricevuto, facendo scuola e costruendo intorno a sé una struttura di lavoro. Fra i tanti della sua scuola, Guido Cantini (altro grande interprete di barche e sport invernali) lo ha indicato come maestro; Stefano Gattini, Simon Palfrader e Alessandro Trovati hanno lavorato con lui nell’orbita dello Studio Borlenghi. Non una bottega nel senso tradizionale, ma un metodo trasmesso attraverso il campo, i tempi stretti, la preparazione e l’obbligo di portare a casa un’immagine non convenzionale: foto “da notizia” per la stampa, foto “d’arte” per le esposizioni, i libri e una ricerca creativa infinita, innovativa, unica nel suo genere.
Dal 1983 ha seguito tutte le edizioni dell’America’s Cup, cominciando con Azzurra a Newport. È stato fotografo ufficiale di campagne come Italia, Il Moro di Venezia, Luna Rossa e Alinghi, oltre che dell’evento a Valencia nel 2007. Ha documentato Olimpiadi, Whitbread e Volvo Ocean Race, The Race con Club Med, le imprese oceaniche di Giovanni Soldini e da decine di anni anche i più importanti eventi velici Rolex. Anni addietro, ha immortalato anche tutte le migliori competizioni di motonautica, con tutte le carene e motorizzazioni, dall’offshore di Casiraghi sino alle barche elettriche foiling della E1 sul suo lago. Nel 1989 fondò Sea&See, agenzia specializzata negli sport d’acqua. La lista di team, cantieri, sponsor e organizzazioni che si sono affidati a lui è estesa, ma il dato decisivo è un altro: ai massimi livelli veniva chiamato perché garantiva insieme precisione documentaria, affidabilità industriale e firma d’autore.
L’elicottero era diventato uno dei suoi punti di osservazione più caratteristici. Da lassù dirigeva il pilota, aspettava che la prua battesse sull’onda, cercava lo spruzzo, l’incrocio, la geometria della flotta. Ma ridurlo alla fotografia aerea sarebbe un errore. Da un gommone, dalla coperta di uno yacht, da terra, con una macchina telecomandata sotto una boa o sporgendosi da qualunque mezzo disponibile, poteva trovare il capolavoro. La posizione era uno strumento; il vero talento consisteva nel vedere prima. Le sue foto “a pelo d’acqua” non a caso sono le più famose, perché per primo ha investito, ha intuito e innovato un settore che non poteva permettersi di essere incline alla ripetitività: il mare, meglio di tanti altri ambienti e scenari per competizione, offriva di sua natura molte più possibilità creative ma non tutti sapevano coglierle come lui.
Per questo Borlenghi è stato soprattutto un ricercatore. Ogni inverno riguardava il lavoro della stagione precedente, provava tagli diversi, memorizzava un’inquadratura e aspettava che la realtà gliela concedesse. Aveva compreso presto che le barche moderne, più veloci ma meno romantiche dei grandi scafi in legno, richiedevano un linguaggio nuovo: i migliori obiettivi, i più grandi teleobiettivi, la ricerca nello scatto e nella post produzione per esaltare al meglio dettagli, ombre, spruzzi, vele isolate, uomini compressi fra tecnologia ed elementi. Un dettaglio tecnico anche insignificante ai più poteva diventare iconico: un’arte che esiste anche nelle forme sinuose di auto e moto ma che nella maggiore varietà e dimensione dei mezzi marini, alla magia dei riflessi di cielo e mare, porta non a caso a una vastità di situazione o opportunità più sfidanti.
La sua ambizione non era ripetere una bella fotografia, ma inventarne una nuova ogni anno. Premi come il Marian Skubin, il Grand Prix Professionnel de la Photo de Mer, l’Omega Fotocronache e il Grand Prix de l’Image Course au Large gli hanno riconosciuto un lavoro che libri e mostre hanno portato oltre la cronaca sportiva.
Chi lo ha frequentato sapeva che Carlo non era immediatamente leggibile da tutti. Riservato, concentrato, poco incline alle cerimonie e ai fronzoli, poteva mostrare una scorza dura. Dietro c’erano però un lavoratore formidabile, una disciplina quasi assoluta e un’idea molto concreta della qualità. Parlava volentieri attraverso il lavoro, più che di se stesso. La sua modestia non era posa: dopo mesi trascorsi fra equipaggi, elicotteri, gommoni e aeroporti, tornava a Bellano, al lago e alla pesca; pochi giorni dopo, però, ricominciava a cercare il prossimo evento e soprattutto il prossimo punto di vista.
Resta un archivio sterminato, ma l’eredità più importante non si misura in milioni di file. Borlenghi ha reso leggibile uno sport complesso e ha trasformato la fotografia nautica da documentazione specialistica in un linguaggio globale. Non fotografava soltanto la vela: le ha dato, per quasi mezzo secolo, una forma riconoscibile.
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