Affitti brevi, guida ai limiti ammessi dalle regole UE

Tetto alle notti, divieti e massimali per quartiere tra le misure possibili

Autorizzazioni e licenze, divieti, limiti al numero di notti vendibili ogni anno, aggravi del carico fiscale, tetti al numero di immobili affittabili per quartiere o per edificio. Sono solo alcuni esempi delle restrizioni che i sindaci potranno adottare in base al nuovo regolamento sugli affitti brevi appena proposto dalla Commissione europea. Il testo non contiene elenchi espliciti ma, tra i documenti di studio del Parlamento europeo, c’è un’analisi commissionata dalla commissione Hous, presieduta dall’italiana Irene Tinagli, che contiene un elenco di tutti i modelli oggi adottati in Europa. Chi avrà i poteri di adottare restrizioni nelle aree sotto stress, potrà pescare da qui.

Il primo sistema è quello basato sulle autorizzazioni: l’attività di affitto breve, in questo caso, può essere esercitata solo dopo avere incassato il via libera delle autorità locali. Si tratta di un meccanismo che, di solito, si applica alle attività di tipo professionale. E che può andare insieme a veri e propri divieti. Può accadere che, ad esempio, gli operatori professionali non possano essere autorizzati a esercitare l’attività di locazione in alcune parti della città o che nuovi affitti brevi non siano nemmeno consentiti in alcuni quartieri. Il secondo meccanismo non è mai stato utilizzato in Italia: prevede la possibilità di affittare un numero massimo di notti ogni anno. In questo modo, nelle intenzioni dei sindaci, si riduce l’impatto delle locazioni turistiche sulle città.

Ci sono, poi, le restrizioni quantitative. In un quartiere o in tutta la città si stabilisce che gli immobili in affitto breve non possono superare una certa percentuale. Un meccanismo simile a quello che sta provando a introdurre Napoli: in questo modo, l’idea è che si possa garantire il mix di funzioni in tutte le aree delle città. Un principio simile c’è dietro un altro schema: quello che consente di affittare solo parti delle residenze principali dei cittadini e non seconde case.

Ancora, molti Comuni hanno introdotto caratteristiche minime che gli immobili in affitto breve devono avere. Si tratta di limiti minimi di superficie, in rapporto al numero di letti venduti, di caratteristiche di abitabilità dell’immobile, come la dimensione delle stanze rispetto agli occupanti, o di standard di sicurezza, come la presenza di dispositivi antincendio. Sono paletti che, a livello nazionale e locale, già esistono in Italia.

C0sì come nel nostro Paese molte amministrazioni hanno già intrapreso la strada di un aggravio del carico fiscale. Su questo fronte ci sono le manovre sulla tassa sui rifiuti, differenziata e appesantita per gli affitti turistici. La tendenza in molte città è classificare gli appartamenti dedicati agli affitti brevi come strutture non domestiche, assimilate ad alberghi senza ristorante. Una formula tecnica che, di fatto, si traduce in una Tari molto più salata. Ma ci sono anche le manovre che colpiscono l’imposta di soggiorno.

Articoli correlati