
Parla Goldberg, docente a Berkeley e imprenditore, racconta dove sta il valore di mercato per il mondo delle imprese
Se l’intelligenza artificiale entra in fabbrica, ma l’umanoide è ancora agli albori, dove sono allora le opportunità ed il mercato? Ken Goldberg, docente di ingegneria e robotica a Berkeley e fondatore di aziende che vendono sistemi robotici tra cui Ambi Robotics, è entusiasta della robotica, ma diffida delle tempistiche e delle promesse costruite attorno agli umanoidi, cioè alla robotica che lui chiama generalista.
Il suo metro di giudizio è uno solo: il risultato. «Le imprese non comprano una dimostrazione, comprano un risultato». Questo è il senso del suo ragionamento. «Sul piano industriale, un robot che esegue un movimento spettacolare una sola volta ha un valore limitato, se non lo ripete migliaia di volte a un costo accettabile», dice Goldberg. Le sue società, osserva, generano ricavi su compiti molto specifici — smistare pacchi, impilare bancali — proprio perché il valore è misurabile e ricorrente.
Il professor Goldberg introduce a un concetto molto importante: l’automazione variabile. Per anni abbiamo pensato in termini di due sole categorie: l’automazione fissa, il robot che ripete all’infinito lo stesso gesto rigido e l’umanoide, il presunto tuttofare. Goldberg indica una terza via, ed è quella che oggi produce reddito: i sistemi specializzati che svolgono un compito strutturato ma con input che cambiano ogni volta. «Un pacco non è mai identico al precedente; l’AI serve proprio a percepire la differenza e ad adattarsi, entro un perimetro definito» mi spiega. A suo giudizio, per queste attività non serve un’intelligenza generale, ma una sufficiente che opera dentro confini chiari.
È qui che Goldberg mette in discussione con eleganza lo spettacolo degli umanoidi. Camminare o correre, spiega, è relativamente facile da simulare, perché la gravità è una forza stabile e nota. Manipolare è tutt’altro: entrano in gioco attriti, punti di contatto, superfici che cambiano, oggetti deformabili, la pressione delle dita. È un problema di fisica, non di coreografia. Per questo un robot capace di un salto acrobatico può restare goffo di fronte a un gesto ordinario quale afferrare un cavo, una scarpa, un componente irregolare. Lo scarto tra la simulazione e il mondo reale, il sim-to-real gap, è molto più ampio per la mano che per le gambe.
Goldberg aggiunge un altro punto fondamentale: la quantità di dati usati per addestrare i modelli linguistici potrebbe non essere sufficiente per addestrare i robot. «Nella robotica ogni esempio utile deve tenere insieme percezione, forza, tempismo, contatto ed esito, tutti correttamente collegati», mi spiega con dovizia di dettagli. Secondo Goldberg, gli attuali metodi, simulazione e teleoperazione, tendono a fermarsi attorno all’80% di successo e faticano a essere generalizzabili a casi nuovi. Ne deriva una considerazione che non è solo tecnica, ma anche di governance. I dati non sono solo numeri: registrano il gesto di chi lavora e l’ambiente in cui la macchina opera. Prima ancora di essere un patrimonio tecnico, sono informazioni sensibili. Per questo il modo in cui vengono raccolti e utilizzati — da chi, con quali finalità, con quali garanzie — va definito fin dall’inizio, non trattato come un dettaglio successivo.
Il quadro che fornisce Goldberg è pragmatico. Lui è ottimista su molte applicazioni della robotica: la logistica di magazzino, lo smistamento, il controllo di qualità, l’agricoltura, la manutenzione. «Queste sono tutte applicazioni accomunate dall’avere ambienti delimitati, compiti misurabili e un valore economico chiaro» spiega. È più cauto, invece, sui robot domestici e sugli umanoidi, cioè a variabilità illimitata. «Ciò che davvero separa le applicazioni che oggi fanno guadagnare da quelle che ancora non lo fanno non è la difficoltà tecnica, ma quanto è prevedibile l’ambiente in cui il robot lavora» spiega. Per lui il magazzino cambia di continuo, ma resta dentro confini noti; una casa, no. Il valore, per ora, vive dentro quei confini.
La sua previsione a cinque-dieci anni è coerente: le tecnologie che avranno il maggiore impatto industriale sono i bracci robotici, la visione artificiale, le pinze specializzate, gli strumenti digitali e l’automazione variabile. Tutte queste tecnologie saranno affiancate dagli operatori. Mi parla poi del rischio legato all’incessante parlare degli umanoidi. Sebbene questi abbiano permesso all’intero settore di ottenere la meritata attenzione, proprio come l’intelligenza artificiale ha trasformato la statistica in una scienza in gran voga, una loro eventuale bolla potrebbe penalizzare anche le aziende che, con sistemi più specializzati, stanno già creando valore reale. Per chi guarda a questo mercato, questa è una ragione in più per rimanere aperto, ma con il giusto focus.

