
Nel Rapporto «Le leve della crescita» curato da Roberto Garofoli le proposte su Zes, fondi, Lep, coesione, Alta velocità e aree interne per frenare l’emorragia di capitale umano dal Mezzogiorno
Nel Paese più duale d’Europa, il Pnrr ha posto la coesione fra gli obiettivi «trasversali», comuni a tutte le missioni e gli interventi. E ha ottenuto più di un successo, sintetizzabili in un tasso di crescita dell’8,5% cumulato fra 2021 e 2024 mentre il Centro-Nord registrava un +5,8%, un’occupazione passata dal 42,7% al 50,2% grazie a circa 500mila nuove persone impiegate e un incremento negli investimenti più che doppio rispetto al resto del Paese.
Proprio qui, però, si gioca una delle sfide centrali per «rendere strutturale l’eredità del Pnrr», tema posto al centro dell’agenda di politica economica nel Rapporto sulle «Leve della crescita» curato da Roberto Garofoli con il supporto dell’Anci (presentato sul Sole 24 Ore del 25 settembre). La ragione è semplice: senza il Sud, l’obiettivo dare al Paese i ritmi di crescita adeguati a non perdere la spinta del Piano diventa chimerico. E le tre «leve» per farlo, individuate nel sostegno alla produttività, nell’intreccio tra coesione sociale e salute economica e nella modernizzazione delle istituzioni, hanno bisogno di una declinazione su misura di un Sud che restituisce in forma intensificata molti dei deficit strutturali del Paese.
La meccanica del Rapporto poggia sui numeri per costruire proposte fondate sull’analisi puntuale dei fenomeni. E i numeri, accanto agli sviluppi positivi appena citati, parlano di 500mila laureati fuggiti dal Mezzogiorno in 20 anni, con una perdita economica stimabile in 116 miliardi di euro; e di un esodo che continua, al ritmo di 17mila studenti meridionali che ogni anno si iscrivono a università del Centro-Nord. L’emorragia lascia un territorio emaciato, che accanto a isole di eccellenza vive uno spopolamento nel 90% dei Comuni delle aree interne, perde studenti nelle scuole a ritmo più che doppio rispetto al Nord (-9% fra 2017 e 2023), vive tassi di precarietà doppi rispetto alle altre aree del Paese e zoppica nella sanità di eccellenza (quasi tutti i 15 ospedali di prima fascia sono altrove) come nella prevenzione di base.
Ma il Pnrr mostra che il declino non è un destino. A patto di consolidare le sue lezioni. All’esperienza del Piano guardano gli strumenti individuati dal Rapporto per consolidare la ripresa degli ultimi anni. È il caso della Zes unica, che ha favorito l’attivazione di 11 miliardi di investimenti ma ora ha bisogno di concentrarsi su filiere strategiche nei singoli territori e su capitale umano qualificato, a cui offrire occasioni per restare rafforzando l’integrazione tra imprese, Its, università e ricerca. La stessa impronta strategica deve maturare nella «clausola del 40%» sui fondi, etichetta del Pnrr che ora deve superare la sua connotazione contabile per legarsi agli effettivi fabbisogni delle diverse aree del Sud. Su «livelli essenziali delle prestazioni» (Lep) orientati alle prestazioni e non solo agli input (personale, fondi, strumenti) andrebbe sviluppata poi una politica di coesione orientata su selezionati obiettivi comuni e verificabili.
In questo disegno, una legge quadro sulla logistica ha il compito di irrobustire l’ossatura di questo corpo in ripresa, dando tempi certi e poteri concentrati a un commissario unico sull’Alta velocità (Roma-Bari in 2 ore, Roma-Reggio Calabria in 3 ore, Napoli-Taranto in 2 ore, Palermo-Catania in un’ora) da porre al centro di una rete logistica per collegare le aree interne. Strumenti coordinati, che lavorano insieme allo stesso obiettivo: creare le basi per una ripresa strutturale del Sud, e quindi del Paese.

