Alberto Fassi: «Per fare impresa, non smettere mai di sognare»

Il fondatore di Legami racconta la sua visione imprenditoriale e due progetti speciali: il parco naturale Dreamland e il libro «We are dreamers»

«È iniziato tutto con 7mila euro di liquidazione e tantissima incoscienza. Con il senno di poi, posso dire che questo è stato l’ingrediente più importante: non avevo la più pallida idea di quello che mi aspettava e questa, secondo me, è stata la carta vincente». Alberto Fassi, imprenditore bergamasco, classe 1975 e una laurea in Bocconi, aveva 25 anni quando decise di lasciare il suo posto in una grande società di revisione contabile per iscriversi a un Master in creatività. Il suo progetto per l’esame finale fu la progettazione e realizzazione di una cinghia per i libri di scuola, che sarebbe diventato anche il primo prodotto di Legami, l’azienda da lui fondata nel 2003, che oggi è uno dei marchi più noti (e imitati) di prodotti per la regalistica, per la cartoleria, di accessori per la casa e il viaggio, con 5mila prodotti in catalogo, suddivisi in 17 mondi, 1.400 dipendenti e un fatturato 2025/2026 di 383 milioni di euro.

Cosa l’ha spinta a diventare un imprenditore?

Il più grande ostacolo, in tutte le cose, è iniziare: vincere la paura, principalmente, e poi affrontare le prime difficoltà. Per questo un po’ di incoscienza è necessaria: se una persona fosse consapevole di quanta fatica richiede diventare imprenditore, probabilmente non farebbe mai il primo passo. Invece io ero talmente carico di entusiasmo ed energia, che ho pensato soltanto “questo è il mio più grande sogno, parto”. E da lì è cominciato tutto.

E come si rimane sognatori?

Nel 2003 ho iniziato a vendere le cinghie porta a porta, poi ho iniziato a sviluppare articoli che fossero in linea con la filosofia Legami, a costruire il catalogo e l’azienda che è oggi. Con tutta la fatica che questo comporta, perché andare veloci è emozionante, ma anche faticosissimo: significa non perdere mai il controllo, strutturarsi, organizzarsi per sostenere il proprio sogno. Perché io rimango questo, un sognatore, come chiunque lavori in Legami. Infatti il nostro claim è «We are dreamers» e riassume tutto ciò che siamo e che vogliamo trasmettere: vogliamo far star bene le persone, vogliamo farle sognare, abbattere i muri, diffondere positività in un mondo che sta andando nella direzione opposta. Il nostro modo di fare impresa oggi segue questa visione.

Una visione ben rappresentata dal progetto Dreamland. Come nasce e con quali obiettivi?

Dreamland è una riserva naturale protetta di oltre 30 ettari, un’area urbana nata nel 2023 con la precisa volontà di strappare terreni al consumo di suolo e restituirli alla natura. A oggi abbiamo già investito quasi 5 milioni di euro e continueremo a investire, perché Dreamland risponde alla necessità di trasmettere un messaggio fondamentale: che è possibile fare qualcosa per il bene delle nostre comunità e della natura. Che non dobbiamo stare a guardare il mondo mentre va a rotoli, ma ognuno, nelle proprie possibilità, può intervenire. È chiaro che non è la soluzione alla crisi climatica, ma è la testimonianza che qualcosa si può fare. Legami è una società Benefit, perciò per Statuto devolviamo il 5% degli utili a iniziative in ambito ambientale e sociale. A volte però ci capita di investire di più, di farci prendere la mano, come nel caso di Dreamland, perché è emozionante vedere quello che la natura è in grado di fare da sola, quando l’uomo fa un passo indietro. In tre anni abbiamo già messo a dimora 6.600 piante e la nostra ambizione è diventare il più grande parco urbano d’Italia.

Gli azionisti condividono il suo entusiasmo?

Sì e, del resto, io sono stato chiaro con tutti gli investitori che, negli anni, sono entrati nell’azienda: per me questo è un progetto fondamentale. La cosa più bella è che i soci condividono queste idee, questi obiettivi, perché chi investe in Legami ne sposa il progetto, non il fatturato o l’Ebitda. Lo stesso vale per i nostri dipendenti, che in gran parte sono giovani – l’età media è sotto i 30 anni – e donne. Quando facciamo le selezioni, più che le competenze dei candidati ci interessano la loro curiosità e la loro capacità di appassionarsi a un progetto.

Siete una bella azienda, giovane, dinamica: basta per attirate e trattenete i talenti?

Cerchiamo di mettere chi lavora con noi nelle migliori condizioni possibili, di far sì che venga a lavorare con piacere. Curiamo molto il benessere della la vita in azienda, per questo abbiamo una mensa, una palestra e, da gennaio 2027, avremo anche un asilo aziendale, presso la nostra sede di Bergamo. La struttura sarà aperta sia ai figli dei nostri dipendenti, sia alle famiglie del territorio e potrà accogliere 50-60 bambini tra i 6 mesi e i 5 anni. Legami contribuirà al 70% della retta per i dipendenti e il percorso educativo, sviluppato in collaborazione con IBC School, si distinguerà per un approccio bilingue, l’integrazione di attività musicali e una metodologia Steam, favorendo lo sviluppo delle competenze linguistiche, creative e scientifiche fin dalla prima infanzia.

A proposito di infanzia: lei di recente ha pubblicato il suo primo libro, We are dreamers», rivolto soprattutto ai ragazzi. È l’inizio di un nuovo capitolo per Legami?

Questo libro è un progetto bellissimo che mi ha entusiasmato particolarmente. È un po’ il manifesto di Legami: un inno a osare, a scavalcare i muri. Un inno all’imperfezione. In un mondo che ci vuole sempre precisi e perfetti, come avviene sui social, noi vogliamo invece esaltare proprio l’opposto. Un mondo reale, analogico, in cui l’imperfezione è il vero super potere. È un primo progetto e penso che continuerà, a breve vorrei iniziare a scrivere il secondo e poi dopo spero che ce ne saranno anche altri, in altri ambiti. Non è un libro che celebra l’azienda, ma un libro manifesto, che vuole sensibilizzare chi lo legge al rispetto della natura e delle persone ed esortare i ragazzi a sognare, perché sognare apre migliaia di porte. Questo, per noi, è il messaggio più importante.

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