Diretta da Diego Ceretta, è a Monte-Carlo, Auditorium Ranieri III (26 settembre) e a Parigi, Théâtre des Champs-Élysées (28 settembre)
Riemerge dall’oblio, proprio là dove aveva ricevuto la prima esecuzione assoluta, l’ultima opera di Jules Massenet, “Roma”: a riscoprirla è il meritevole e sempre effervescente Palazzetto Bru Zane di Venezia, che coinvolge con entusiasmo nella riconquista sia la Philharmonique di Montecarlo, sia il Coro di Radio France, gemellando così la cultura del sud della Riviera con Parigi.
Per una settimana, nell’Auditorium Ranieri III – affacciato sul mare, giusto davanti al Casinò – Diego Ceretta cura minuziosamente le prove di questa partitura, concisa ma dalla tinta magniloquente. Intenzionale, mentre retrospettiva ci racconta l’addio alle scene del compositore, icona del romanticismo francese: malato, a fine viaggio, anche lui si ancora alla scialuppa della classicità. E confeziona un gioiello di opera tragica, dove nei tradizionali cinque atti, ma in poco più di due ore, vibrano amori proibiti e scontri di affetti in famiglia. Mentre la patria è sotto assedio e l’Impero del 216 a.C., assediato da Annibale, riflette l’attualità della Francia insidiata dalla Germania.
Aveva debuttato a Monte-Carlo, “Rome”, nel 1912. Settantenne, e sarebbe morto in quell’anno, Massenet affronta il faticoso viaggio da Parigi per raggiungere la vivace culla della Belle Époque, allora lontana dalle odierne frenesie speculative immobiliari, e non parliamo dal raduno di yacht di questi giorni, in gara di altezza, minacciosi come una flotta di guerra. Il loro show affollatissimo si para allo sguardo dalle vetrate sul porto del nuovo Auditorium monegasco. Ma tutto viene lasciato alle spalle appena si entra nella bolla di intenso lavoro delle prove di registrazione: al termine delle due esecuzioni dal vivo (sabato pomeriggio qui e lunedì sera a Parigi, al Théâtre des Champs-Élysées) “Roma” diventerà un nuovo CD-volume delle edizioni di rarità del Palazzetto Bru Zane, uniche nel progetto di studio del patrimonio romantico francese e di assoluto riferimento.
Originale in questo caso suona l’affido della concertazione del tardo Massenet al giovane Diego Ceretta, non ancora trentenne, dalla lettura puntigliosa e di braccio tecnicamente saldo, è alla guida della professionale Philharmonique di Monte-Carlo e di un buon cast, dove spicca la voce di Rachel Willis-Sørensen, soprano corposo ma ancora incredibilmente squillante e lucente. Le sta a pennello il ruolo di Fausta, vestale romana che (senza troppa originalità) infrange per amore il voto di castità. Questa volta però l’insidiante non è un nemico, come nella ben precedente “Norma”. Eppure gli dei si inalberano e dal cielo piovono segnali minacciosi: l’avanzata di Annibale è tutta colpa della fedifraga. Che andrà punita, sepolta viva. A nulla servirà la difesa dello zio Fabius Maximus, l’eloquente baritono greco Tassis Christoyannis, e nemmeno il pianto della mamma-nonna (il libretto di Caïn rimane ambiguo) il mezzosoprano dal buon registro grave di Julie Robard-Gendre. Per salvarla dalla morte per soffocamento, come spetta ai traditori, sulla scia di Radames in “Aida”, la genitrice le consegna un pugnale. Ma la giovane ha le mani legate. E slegata per certo fuggirebbe, stante il carattere deciso: poco prima aveva cantato con piena fierezza “Brucio di un amore così colpevole e trionfante”. Dunque meglio ucciderla e poi uccidersi. Fine.
Un’orchestra retrodatata, dai molti echi wagneriani commenta l’inutile eroismo: il vecchio Massenet sentiva tutto lo sciogliersi dell’Ottocento; presagiva che le fanfare bucoliche dei corni sarebbero state di lì a poco sostituite da ben altre sonorità, perché i segni del primo conflitto mondiale bussavano alle porte. Non restava che scontornare in un giardino di Arcadia la bellezza dei veri sentimenti, quelli affidati in un’Aria di struggente bellezza al tenore: qui non è il Werther che invoca la permanenza nel mondo dei sogni, ma è un Lentulus (poco promettente il nome, come già il Pollione di Bellini) che immagina l’incontro con lei. Abita in questa proiezione, in una realtà che non ci sarà mai, la consegna più toccante di “Roma”. Jean-François Borras la distilla con bel fraseggio, salendo in acuto sulle ali dei legni, con un ottavino che lo porta ancor più in cielo. Sapeva ben strumentare, il Maestro. Con le leggi dei manuali, ancor più con quelle del cuore.
La registrazione della recita parigina di “Roma” sarà disponibile sul sito di Radio France e distribuita nel circuito radiofonico associato, RadioTre compresa.
Jules Massenet, “Roma”, Orchestre Philharmonique de Monte-Carlo, direttore Diego Ceretta, Monte-Carlo, Auditorium Ranieri III, 26 settembre, Parigi, Théâtre des Champs-Élysées, 28 settembre
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