Allevamenti, i costi per mangimi ed energia aggravano la crisi del settore zootecnico

Istat in 20 anni sono diminuiti del 12% i capi bovini, del 15% i suini e del 28% gli ovini. Boom di import extra Ue di carne rossa. Fossato (Uniceb): le stalle chiudono perché la redditività è insufficiente, servono più vitelli nati in Italia 

Crociate ambientali, nuove malattie, norme Ue sempre più stringenti e costi dei mangimi e dell’energia in ripida salita sono i principali fattori della “dieta forzata” della zootecnia italiana. Come per l’agricoltura, le quote di autoapprovvigionamento sono scese sotto la soglia d’allarme negli ultimi anni e anche per questo le politiche pubbliche, vedi da ultimo il Coltiva Italia e in prospettiva la futura Pac, hanno rimesso il tema della sicurezza alimentare in cima alla lista delle priorità.

La crisi strutturale del settore – escluso il comparto delle carni bianche – è fotografata dall’ultimo rapporto Istat, pubblicato nei giorni scorsi: negli ultimi vent’anni, tra il 2006 e il 2025, è diminuito il numero di capi per tutte le principali specie allevate, con le sole eccezioni di bufalini (+92,6%) e caprini (+3,4%). I cali più marcati hanno riguardato ovini (-28,1%), suini (-15,6%) e bovini (-12,2% da 6,1 milioni a 5,4). La crisi non è dovuta solo alla riduzione dei consumi di carne, ma a una progressiva ristrutturazione del settore, in linea, sottolinea il rapporto, con il calo registrato a livello europeo Di conseguenza l’import di carni extra Ue è aumentato del 25% in quantità e del 38% in valore solo lo scorso anno in Italia e del 4% e 23% in Europa (dati Eurostat).

A fare da contraltare c’è la forte crescita della produzione di latte (+27,2% a 138mila tonnellate grazie soprattutto all’aumento della produttività) e formaggi (+17,7%). Il rapporto sottolinea anche come il crollo della coltivazione di mais (superfici più che dimezzate e -43% di produzione grazie a un aumento delle rese) rappresenti «uno degli eventi più significativi dell’evoluzione agricola italiana recente». In controtendenza altre colture orientate alla zootecnia e alle produzioni proteiche come la soia (cresciuta del 69% in termini di superfici e del 94% in termini produttivi) con la crescente domanda di proteine vegetali per mangimi e le strategie europee di riduzione della dipendenza dalle importazioni, e i foraggi dedicati all’alimentazione animale, anch’essi raddoppiati a conferma «della crescente integrazione tra coltivazioni e allevamenti».

Il tracollo della filiera del mais comporta una sempre maggiore dipendenza della zootecnia italiana dai mercati internazionali dei mangimi. Questo mentre l’industria europea attraversa la peggiore crisi degli ultimi anni, con la Fefac, la federazione dell’industria mangimistica, che ha chiesto a Bruxelles misure straordinarie per sostenere la filiera nella campagna 2026-27 in cui l’Ue (a seguito del taglio dei raccolti dovuto alla siccità) avrà bisogno di importazioni extra per oltre 7 milioni di tonnellate, in previsione di un fabbisogno estero di oltre 26 milioni, principalmente da Ucraina, Stati Uniti e Brasile.

La crisi dei foraggi rischia inoltre di dilatare il deficit proteico dell’Ue, aumentando la domanda di soia, quasi tutta importata nonostante l’aumento produttivo citato (35 milioni di tonnellate nel 2025), con l’ulteriore preoccupazione di un aumento dei costi dovuto al regolamento europeo sulla deforestazione (che impone la tracciabilità degli approvvigionamenti) stimato in oltre un miliardo già nel 2027. Ma sono molti i “lacci” imposti dall’Europa che aumentano costi e investimenti, dalle norme sul benessere animale a quelle sui trasporti, fino alla direttiva emissioni (che per raggiungere la neutralità climatica al 2050 prevede un taglio dei gas serra rispetto ai livelli del 1990 del 55% al 2030 e del 90% al 2040) estesa ai grandi allevamenti (con il salvataggio in extremis dei bovini).

«I dati Ispra parlano chiaro: dagli anni 90 le emissioni si sono ridotte del 22,3% e oggi sono il 6% del totale – dice la presidente di Uniceb (Unione italiana filiera delle carni) Clara Fossato –. Lo scorso anno la produzione di biogas ha evitato l’immissione in atmosfera di 5 milioni di tonnellate di CO2. Un risultato reso possibile dagli investimenti fatti per rendere il settore sempre meno impattante e legato all’economia circolare. Considerare le emissioni degli allevamenti alla stregua della combustione fossile non ha senso».

Sulla crisi, spiega, pesano piuttosto «fattori economici e sociali, oggi è difficile trovare persone che si mettano a fare questo lavoro, le stalle chiudono perché non c’è sufficiente redditività». Per uscirne «serve innanzitutto un piano per aumentare il numero di vitelli nati in Italia. La Francia fino a qualche anno fa ci dava 1,1 milioni di capi l’anno, adesso non arriviamo a 800mila. L’Italia era autosufficiente al 60%, negli ultimi dieci anni è scesa al 40; abbiamo capacità di esportazione, non possiamo produrre al 100% ma neanche scendere sotto una certa soglia. L’aumento dei costi incide in modo decisivo, serve più attenzione al settore. Oggi puoi comprare dovunque, ma l’Europa è sempre meno importante nei mercati mondiali».

I danni delle malattie, dalla peste suina africana alla dermatite bovina, hanno coinvolto anche l’export ma ora c’è ottimismo. «La domanda di Made in Italy – conclude Fossato – è altissima. Sulla Psa il commissario Filippini e le Regioni hanno lavorato bene, la strada è quella giusta. Il nostro, più che intensivo, è un modello controllato che andrebbe applicato in altri Paesi proprio per una questione di sicurezza alimentare, sia sanitaria che di approvvigionamenti».

«Dobbiamo intervenire subito sui comparti in sofferenza, come la zootecnia da carne rossa e la cerealicoltura, penalizzata da dinamiche internazionali e concorrenza sleale. Se non riusciremo a valorizzare le nostre filiere dando certezza ai cittadini rispetto all’obbligo dell’origine di un prodotto 100% italiano utilizzato nelle fasi di trasformazione ci troveremo a subire una concorrenza di prodotti provenienti da altri continenti che non rispettano minimamente le regole imposte ai nostri agricoltori – dice il presidente di Coldiretti, Ettore Prandini, che è anche presidente dell’Associazione italiana allevatori –. Allo stesso tempo, dobbiamo tutelare le eccellenze in crescita come l’avicolo, ormai forte anche nell’export, e il lattiero-caseario, dove serve pianificare nuovi investimenti per scongiurare eccessi di offerta e crolli dei prezzi».

Articoli correlati