
Il 63% dell’onore economico è a carico delle famiglie. Circa la metà dei casi, però, sarebbe evitabile o ritardabile cambiando le abitudini
Sono circa 1,2 milioni gli italiani che convivono con una forma di demenza. Di questi, 600mila devono fare i conti con l’Alzheimer, la causa di demenza degenerativa più comune in tutto il mondo. I costi legati a queste patologie sono notevoli: ammontano a 23 miliardi l’anno e il 63% dell’onere economico risulta a carico delle famiglie. Lo ha ricordato la Società Italiana di Neurologia in vista della Giornata Mondiale dell’Alzheimer, che si celebra lunedì 21 settembre. Tuttavia, grazie ai progressi nella ricerca, è possibile intervenire per prevenire l’insorgere della malattia lavorando su alcuni fattori di rischio, dall’isolamento sociale alla depressione, passando per il fumo e la qualità del sonno.
«L’Alzheimer non è una conseguenza inevitabile dell’invecchiamento ma una malattia neurodegenerativa complessa che deve essere riconosciuta e affrontata il prima possibile» ha spiegato Mario Zappia, presidente della Società Italiana di Neurologia.
Questa patologia, infatti, è una demenza degenerativa primaria che porta i neuroni a morire progressivamente, interrompendo quindi la produzione e la distribuzione dei neurotrasmettitori, sostanze chimiche che trasportano i messaggi all’interno del cervello. Inizia a manifestarsi con gradualità, spesso dopo i 60 anni di età, ma nelle forme giovanili può iniziare anche intorno ai 40 anni. Tuttavia, il tasso di insorgenza aumenta con l’età e diventa molto frequente oltre gli 80 anni.
Recentemente, però, come ricorda la Società Italiana di Neurologia, il campo dell’Alzheimer ha visto prendere forma significativi progressi. Innanzitutto, si è scoperto che la malattia non è un destino inevitabile. Secondo il presidente Sin, infatti, circa la metà dei casi è «potenzialmente evitabile o ritardabile». Per arginare il rischio di insorgenza di questa forma di demenza si è compreso che è necessario intervenire su alcuni fattori di rischio di tipo sanitario (perdita di udito e vista, ipertensione, colesterolo alto, obesità, fumo, depressione, inattività fisica, diabete, consumo di alcol, traumi cranici), sociale (isolamento sociale, basso livello di istruzione) e ambientale (inquinamento atmosferico).
La prevenzione è dunque cruciale: il consiglio dei neurologi è quello di controllare pressione e colesterolo, non fumare, proteggere vista e udito e svolgere attività fisica con regolarità. È poi fondamentale mantenere stimoli cognitivi e relazioni, associando a tutte queste abitudini una buona qualità del sonno notturno, momento in cui il cervello rimodula le proprie attività. «Fino a pochi anni fa il neurologo interveniva soprattutto quando la malattia si era già manifestata, oggi, grazie ai progressi della ricerca, è possibile rovesciare la storia della patologia» ha concluso Zappia.
Rivolgersi tempestivamente a un neurologo all’apparire dei primi sintomi, come disturbi della memoria, del linguaggio o del comportamento, evitando di attribuirli automaticamente all’età o alla stanchezza, «consente oggi, in molti casi, di anticipare la diagnosi, iniziare precocemente le terapie e migliorare significativamente la prognosi e la qualità di vita per l’Alzheimer».
Nel corso degli ultimi anni sono stati fatti notevoli passi avanti anche nell’ambito delle cure. «Disponiamo di terapie in grado di intervenire sui meccanismi biologici della malattia e potenzialmente di rallentarne la progressione», ha annunciato Zappia: «Non si tratta ancora di una cura definitiva ma di un cambio di paradigma che fino a pochi anni fa sembrava irraggiungibile».
Risulta però necessario, come ha precisato il neurologo, intervenire con il corretto tempismo. «Affinché queste opportunità possano tradursi in un beneficio concreto è fondamentale arrivare a una diagnosi precoce. Dobbiamo riconoscere la malattia nelle sue fasi iniziali, quando i sintomi sono ancora lievi e quando gli interventi hanno maggiori probabilità di essere efficaci».
Per questo motivo, secondo il presidente Sin, risulta fondamentale «rafforzare la rete dei Centri per i disturbi cognitivi e le demenze, promuovere l’accesso ai biomarcatori diagnostici e garantire percorsi assistenziali omogenei su tutto il territorio nazionale».
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