Alzheimer, i «10 segnali sentinella»  e le 158 terapie al test nel mondo

Sono 192 gli studi clinici avviati ma la diagnosi tardiva nel 75% dei casi rischia di rallentare la ricerca oltre che la presa in carico dei pazienti

“Prima si sa, più si può fare”: una diagnosi di demenza è fondamentale”. Questo slogan, che parrebbe scontato per qualunque malattia, è drammaticamente calzante e urgente nel caso dell’Alzheimer. Perché solo un intervento tempestivo, se compaiono più sintomi “sentinella” di questa forma di demenza, può permette di ottimizzare sia la presa in carico di pazienti e caregiver sia l’efficacia delle terapie, oggi disponibili solo per le prime fasi. Non a caso, proprio questo è lo slogan lanciato per settembre – mese mondiale dedicato alla patologia – da Alzheimer’s Disease International.

La campagna che viene rilanciata nella Giornata mondiale del 21 settembre pone l’attenzione anche su 10 segnali d’allarme da non sottovalutare: perdita di memoria, difficoltà a svolgere attività abituali, problemi con il linguaggio, disorientamento nel tempo e nello spazio, scarso o ridotto giudizio, difficoltà a tenere traccia delle cose, oggetti messi nel posto sbagliato, cambiamenti dell’umore e del comportamento, difficoltà a comprendere le informazioni visive e spaziali, ritiro dal lavoro o dalle attività sociali.

La diagnosi dell’Alzheimer è la chiave per accedere a una vasta gamma di opzioni di trattamento, cura e supporto, sia farmacologiche che non farmacologiche.Sono 158 i farmaci in valutazione in oltre 192 studi clinici nel mondo di cui otto in “fase III”, in dirittura d’arrivo nel 2026. Sono questi i numeri che emergono dal Rapporto mondiale 2026 diffuso da Alzheimer’s Disease International in occasione della XXXIII Giornata Mondiale Alzheimer e presentato nel nostro Paese da Alzheimer Italia.

Il documento è dedicato alla ricerca clinica sulle demenze, che sta conoscendo un’espansione senza precedenti: gli studi hanno mostrato per la prima volta che alcuni trattamenti possono rallentare la progressione della condizione. Il rapporto avverte però che questi passi avanti rischiano di rallentare per la difficoltà di reclutare partecipanti: per sostenere gli studi attivi servono circa 55.000 volontari, ma i criteri di selezione molto stringenti fanno sì che, per arrivarci, occorra coinvolgerne almeno 350.000. Gli ostacoli alla partecipazione nascono dalla difficoltà di accesso agli esami specialistici e, soprattutto, dalla diagnosi spesso tardiva: a livello globale si stima che il 75% delle persone che convivono con una forma di demenza non riceva una diagnosi formale, una percentuale che in alcuni Paesi può raggiungere il 90%. Questo impatta anche sulle potenzialità dei nuovi trattamenti, che agiscono soprattutto nelle fasi iniziali della condizione.

Anche per questo motivo Alzheimer Italia, in occasione del XV Mese Mondiale Alzheimer, aderisce alla campagna di ADI “The Earlier You Know, The More You Can Do: A Dementia Diagnosis Matters” che invita a parlare apertamente di demenza e a cercare informazioni e sostegno.

Se a oggi non esiste una cura ampiamente disponibile, sappiamo però che, come stimato dalla Lancet Commission, fino al 45% dei casi potrebbe essere ritardato o ridotto agendo sui fattori di rischio. Recependo l’ampliarsi delle evidenze scientifiche in questo campo, nel 2026 l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) ha pubblicato una versione aggiornata delle proprie Linee guida sulla riduzione del rischio di declino cognitivo e demenza.

Sul piano degli stili di vita, il documento indica come azioni positive la partecipazione ad attività cognitive, sociali e fisiche, lo stop al fumo, la riduzione del consumo dannoso di alcol e un’alimentazione sana ed equilibrata, sconsigliando invece gli integratori alimentari a scopo preventivo. Per quanto riguarda la salute suggerisce di gestire obesità, diabete, ipertensione, colesterolo e perdita dell’udito, e sconsiglia la terapia ormonale in menopausa come strumento per ridurre il rischio. A livello di popolazione, raccomanda la limitazione dell’esposizione all’inquinamento dell’aria anche negli ambienti domestici. Le Linee guida non si rivolgono solo ai singoli: sono concepite per orientare anche professionisti sanitari, decisori politici e istituzioni, così da integrare la riduzione del rischio nelle politiche, nei servizi e nei programmi di salute pubblica.

«Le evidenze scientifiche contengono un messaggio di speranza: non è mai troppo presto e non è mai troppo tardi per agire, come singoli e come società – afferma la presidente di Alzheimer Italia Katia Pinto – È importante però sottolineare che parliamo di riduzione del rischio e non di prevenzione garantita. La demenza resta una condizione complessa su cui incidono molti fattori e chi la sviluppa non deve sentirsi in colpa né giudicato. Perché ciascuno possa davvero prendersi cura della salute del proprio cervello, inoltre, servono adeguate politiche pubbliche, che garantiscano a tutti i cittadini ambienti di vita sani, aria pulita, spazi per il movimento e la socialità e servizi accessibili».

Articoli correlati