
Per decenni i trattamenti della malattia di Alzheimer hanno avuto un obiettivo preciso: alleviare i sintomi senza riuscire a modificare il decorso della malattia. Oggi lo scenario sta cambiando: gli anticorpi monoclonali anti-amiloide, come lecanemab e donanemab, aprono una nuova fase nella cura della malattia, offrendo la possibilità di rallentarne la progressione nelle fasi iniziali.
Si tratta di una svolta scientifica destinata a cambiare la pratica clinica, ma è necessario riorganizzare il sistema sanitario affinché questi trattamenti siano davvero accessibili e sicuri.
Il professor Massimo Filippi, direttore dell’Unità di Neurologia, del Servizio di Neurofisiologia e dell’Unità di Neuroriabilitazione dell’IRCCS Ospedale San Raffaele e ordinario di Neurologia all’Università Vita-Salute San Raffaele, spiega come per la prima volta sia possibile intervenire sui meccanismi biologici della malattia e come il successo di questa innovazione dipenderà dalla capacità di costruire nuovi modelli assistenziali.
L’esperienza del centro CARD del San Raffaele
Il tema è al centro della Personal View pubblicata dal prof. Filippi su The Lancet Regional Health – Europe, che racconta l’esperienza del Centro Alzheimer e Patologie Correlate (CARD) dell’IRCCS Ospedale San Raffaele, tra i primi in Europa ad aver introdotto le nuove terapie anti-amiloide.
L’obiettivo non era solo usare nuovi farmaci, ma costruire un percorso di cura rinnovato per accompagnare il paziente dalla diagnosi fino al monitoraggio durante il trattamento. Un modello multidisciplinare che coinvolge neurologi, neuroradiologi, neuropsicologi, specialisti in medicina nucleare, farmacisti e personale infermieristico, per una presa in carico completa.
La selezione dei pazienti
Uno degli aspetti più innovativi riguarda il percorso di selezione dei pazienti. L’iter inizia con un triage, anche tramite telemedicina, seguito da una valutazione approfondita che comprende test cognitivi, biomarcatori nel sangue e nel liquido cerebrospinale, risonanza magnetica, PET cerebrale e analisi genetiche.
L’obiettivo è individuare con maggiore precisione i pazienti che possono beneficiare della terapia, superando criteri troppo rigidi basati solo sui punteggi dei test cognitivi.
“La selezione dei pazienti deve basarsi su un insieme integrato di dati clinici, funzionali e biologici – sottolinea l’esperto -. Solo così è possibile offrire un trattamento realmente personalizzato, anche a chi presenta forme meno tipiche della malattia.”
La sicurezza passa dall’organizzazione
Le nuove terapie richiedono anche un sistema di controlli molto accurato. Gli anticorpi monoclonali possono essere associati alle cosiddette ARIA, alterazioni osservabili alla risonanza magnetica, generalmente gestibili se riconosciute tempestivamente.
Per questo, il monitoraggio è una componente essenziale del trattamento; servono controlli periodici, protocolli condivisi, accesso rapido agli esami diagnostici e una comunicazione costante tra ospedale, medici di medicina generale, specialisti, pazienti e caregiver.
La sicurezza non dipende solo dal farmaco, ma dall’esistenza di un’organizzazione capace di seguire il paziente lungo tutto il percorso.
Il valore della comunicazione
Accanto agli aspetti clinici emerge il ruolo della comunicazione. Le aspettative verso queste nuove cure sono comprensibilmente alte, ma è importante chiarire che non si tratta di farmaci in grado di curare l’Alzheimer.
L’obiettivo è rallentare la progressione della malattia, preservando il più a lungo possibile memoria, autonomia e qualità della vita. Un risultato significativo, se si considera che fino a pochi anni fa nessun trattamento poteva farlo.
Per questo, il dialogo continuo diventa parte integrante della cura, favorendo decisioni condivise e maggiore consapevolezza degli obiettivi terapeutici.
Una sfida che riguarda tutto il Paese
In Italia, i pazienti che soffrono di Alzheimer sono oltre 600 mila, un numero destinato ad aumentare.
L’introduzione delle nuove terapie rende, quindi, necessario ripensare l’organizzazione dell’assistenza. Reti tra i centri, accesso uniforme ai biomarcatori, formazione degli operatori e registri clinici saranno strumenti indispensabili per evitare che l’innovazione resti confinata a pochi ospedali altamente specializzati.
Una rivoluzione agli inizi
L’esperienza maturata dall’Ospedale San Raffaele di Milano dimostra che costruire un percorso rapido, multidisciplinare e personalizzato è possibile, ma rappresenta solo il primo passo di un cambiamento più ampio che dovrà coinvolgere l’intero Servizio Sanitario.
“Stiamo imparando che la vera innovazione non è solo farmacologica, ma anche organizzativa e culturale – conclude il prof. Filippi -. Per la prima volta possiamo intervenire sui meccanismi della malattia. Ora dobbiamo fare in modo che questa opportunità diventi concreta, equa e sostenibile per tutti.”
La rivoluzione nella cura dell’Alzheimer è iniziata. Perché produca risultati duraturi dovrà essere accompagnata da una trasformazione altrettanto profonda dei modelli di assistenza, mettendo al centro non solo il farmaco, ma l’intero percorso di cura.

