Archivio Miuccia: quarant’anni di carriera della signora della moda italiana

Una raccolta di parole vs una biblioteca di cose. Proprio mentre in Galleria Vittorio Emanuele II a Milano apre la mostra permanente degli oggetti della maison, dal 1913 a oggi, Miuccia Prada si racconta.

Otto piani, un passaggio sotterraneo che collega i due lati dell’Ottagono, un ascensore rivestito di velluto rosa e un percorso che dalle boutique con le vetrine affacciate sulla pavimentazione ottocentesca di marmo policromo sale alla pasticceria e alla mostra permanente, poi allo studio, all’appartamento con le grandi finestre sugli affreschi delle lunette allegoriche, fino all’Osservatorio aperto sulla cupola di ferro e vetro. Il progetto Prada Galleria, appena inaugurato a Milano, è un concetto che dà forma fisica a una storia, un contenitore di contenuti che sono cose – valigie, documenti, borse, abiti, progetti, libri – stratificate dal 1913, data di nascita del brand. Si tratta di un materiale enorme, organizzato con disciplina documentaristica non lineare. Il passato e il presente sono coevi e coerenti, tutto ruota intorno a un asse che non è cronologico, ma circolare, e il perno è Miuccia. A questo archivio di cose, Htsi ha scelto di aggiungere un archivio di parole: riflessioni e punti vista che, nell’arco di tanti anni, restituiscono il senso della contemporaneità come anticipazione del proprio tempo, una dote straordinaria che, da sempre, distingue la signora della moda italiana. Una raccolta verbale, non meno corposa di quella produttiva, nonostante la stilista sia più abituata a rappresentare che a esporre il suo pensiero. Il criterio di scelta segue lo stesso andamento dell’epicentro milanese, saturo di stimoli al piano terra e nobile – il variegato tutto-pieno delle boutique e dell’esposizione storica –, e il vuoto organico dell’appartamento, dove la rarefazione è solo apparente. Basta fermarsi qualche minuto in queste stanze per avvertirne l’invisibile forza di attrazione, la densità concentrata di un’identità talmente netta e forte che nulla scappa (come nel buco nero, che però qui è rosato) sull’orizzonte degli eventi.

Risaliamo l’andamento di questa galassia in un archivio di parole sovrabbondanti di moda, ma incredibilmente vuote di abiti, scarpe, borse, e di tutti gli oggetti che la compongono, perché in fondo sono solo accessori del pensiero. Lo spiegano due definizioni che Miuccia Prada ha fatto coincidere: «Di per sé la moda è una cosa di poco conto: ci si veste al mattino e poi ci si dedica ad altro. Ma la moda è anche una rappresentazione della propria visione del mondo. Perché, altrimenti, credo che sia inutile». La costruzione di una visione di utilità, ancorché concreta e commerciale («faccio abiti per un’azienda che deve vendere abiti. Quindi, se non volessi fare qualcosa che si vende, cambierei lavoro»), comincia così.

«Ho provato a essere una cattiva ragazza, ma non ci sono riuscita quanto avrei voluto: non quanto le ragazze che ammiravo davvero, né quanto quelle che appaiono nei miei sogni», 1994, a Ingrid Sischy su The New Yorker

«Se ho fatto qualcosa nel mio lavoro, è introdurre nella moda il mondo reale e rendere attraente il brutto. Tutte le arti creative erano aperte al brutto, la moda no», 1995, a Suzy Menkes sull’International Herald Tribune

«Prada è ciò che alla fine sono, e Miu Miu è ciò che vorrei essere», 1997, a Tim Blanks per Style.com

«Nel momento in cui comincia a piacerti ciò che stai facendo, sei in pericolo. Devi sempre lavorare contro quanto hai fatto in precedenza, e persino contro il tuo stesso gusto», 2000, a Cathy Horyn sul The New York Times

«Per anni ho cercato di lavorare sull’idea che si possa essere sexy senza essere ovvi, prevedibili. Ma personalmente non sono contraria a niente. Davvero, se la gente vuole andare in giro nuda, non ho [...]

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