
Tra 183 gallerie, 37 nuovi espositori e 66 progetti monografici, le vendite non mancano, ma i galleristi segnalano budget più contenuti e margini sotto pressione
In un mercato dell’arte sempre più concentrato sui nomi affermati e sulle opere di maggiore richiamo, Artissima continua a scommettere sulla scoperta. La 33ª edizione della fiera torinese, «Fancy: A Flexible, Acrobatic Body» diretta da Luigi Fassi, si chiude con oltre 34.000 presenze, 183 gallerie da 35 Paesi e quattro continenti, 37 nuovi espositori, 66 progetti monografici, 12 premi, un fondo d’acquisizione e una menzione speciale. Nei quattro giorni di apertura la manifestazione ha portato al centro della scena artisti emergenti, ricerche sperimentali e progetti espositivi non convenzionali. Un terreno di esplorazione per i collezionisti, ma anche un osservatorio per curatori e direttori di museo, alla ricerca di nuovi talenti e di occasioni per costruire relazioni che possano tradursi in opportunità espositive e istituzionali.
Questa scelta si riflette anche nella struttura dei costi di partecipazione. Il prezzo degli stand varia tra 200 e 280 euro al metro quadrato, in funzione della sezione, con tariffe generalmente più contenute per le gallerie giovani e per quelle che partecipano con progetti monografici o di due artisti in dialogo. Le metrature vanno dai 16 ai 100 metri quadrati, questi ultimi riservati alla Main Section. La fiera non prevede una quota d’iscrizione: è richiesto un deposito, detratto dal costo dello stand, mentre le gallerie che non superano la selezione sostengono una spesa di 450 euro. Gli eventuali costi aggiuntivi riguardano soprattutto la personalizzazione dell’allestimento.
È proprio nella capacità di mettere in relazione il mercato con il sistema dell’arte che Artissima trova una parte significativa della propria identità. Resta da capire quanto queste occasioni di scoperta riescano a tradursi in acquisizioni, nuove rappresentanze e opportunità concrete per gli artisti. Non sempre l’effetto è immediato: un’offerta come quella della fiera torinese può richiedere al collezionista tempo per osservare, comprendere e ponderare una scelta. Eppure, come hanno segnalato diverse gallerie, le vendite non sono mancate. Un segnale che invita a leggere il bilancio della manifestazione non soltanto attraverso il numero delle transazioni, ma anche attraverso l’interesse suscitato e le relazioni che si costruiscono tra gallerie, artisti e collezionisti. Le trattative avviate e i contatti istituzionali possono essere indicatori significativi, purché non vengano confusi con vendite effettivamente realizzate.
Ottima edizione per Martina Simeti che, oltre al premio Diana Bracco – Imprenditrici ad Arte che ha un riconoscimento di 10 mila euro – ha registrato varie vendite per entrambi gli artisti presenti nella sezione Monologue/Dialogue: i collage di Riccardo Camoni (Buenos Aires, 1950 – Bologna, 2008) realizzati tra il 1991 e il 1993 e le opere di Bernhard Schobinger (1946). Artisti della stessa generazione, entrambi attivi dalla fine degli anni ’60, hanno intrapreso il proprio percorso artistico partendo da background diversi: Camoni come pittore, Schobinger come orafo di formazione (prezzi da 1.400 a 16 mila euro). In particolare il lavoro di Schobinger è stato acquistato da un’importate collezione privata italiana un “nuovo contatto” per la gallerista.
Raffaella Cortese traccia un bilancio positivo, con numerose vendite nella fascia tra 15.000 e 50.000 euro, in particolare per le opere di Marcello Maloberti e Liliana Moro, e interesse per altri artisti rappresentati dalla galleria. Restano aperte alcune trattative su lavori di valore superiore. Per il futuro, la gallerista auspica che Artissima riesca ad attrarre un collezionismo disposto a investire con maggiore continuità anche oltre i 50-60mila euro. «Tra sconti e costi, il margine reale per una galleria si riduce spesso al 15-18%», osserva, sottolineando i limiti della sostenibilità economica affidata alle sole fiere. Positivo anche il confronto con curatori e direttori di museo, interlocutori che possono aprire opportunità di acquisizioni istituzionali, mostre e nuovi progetti. Resta, invece, da rafforzare il collezionismo locale: i collezionisti torinesi che acquistano in fiera sono oggi meno numerosi rispetto al passato. L’auspicio di Raffaella Cortese è che nuove generazioni e nuovi operatori internazionali contribuiscano a rinnovare il tessuto del collezionismo cittadino.
“Nonostante le difficoltà che attraversano il mercato dell’arte si facciano sentire anche ad Artissima, la fiera continua a distinguersi come la manifestazione più incisiva del panorama nazionale, sia per la qualità dell’offerta sia per la capacità organizzativa», osserva Niccolò Fano di Matèria che nella Main Section ha presentato opere di José Angelino, Stefano Canto e Mario Cresci, tre artisti di generazioni diverse che indagano la luce e il tempo come forze di trasformazione, tra instabilità della forma, permeabilità della materia e imprevedibilità della percezione (prezzi da 1.500 a 35.000 euro).
Per Gian Marco Casini, della galleria omonima, Artissima resta l’appuntamento più importante dell’anno e quello più in sintonia con il programma della galleria. “Nonostante abbia effettuato più vendite rispetto all’anno scorso, il prezzo medio si è attestato su livelli più bassi, tra 5 e 6mila euro. È il segno di una ricerca di opere a prezzi più contenuti: si è abbassata l’asticella”, osserva il gallerista. In fiera presentava lavori di Hamza Badran, Clarissa Baldassari, Juan Pablo Macias, Alessandro Manfrin e Margherita Moscardini, con prezzi compresi tra 2.000 e 25.000 euro.
La galleria berlinese ChertLüdde ha presentato diversi artisti della propria scuderia, ma l’attenzione maggiore si è concentrata su Ali Eyal (Baghdad, 1994), oggi residente a Los Angeles, già presente alla Whitney Biennial di New York, all’Hammer Museum di Los Angeles e alla Biennale di Istanbul. Per Artissima ha realizzato un progetto costruito attorno a una serie di piccoli dipinti e a un’installazione scultorea. Al centro, creature in ceramica dai colori vivaci, simili a bruchi, alle quali sono applicati frammenti del disegno originale di un cavallo morto nella fattoria della sua famiglia. La tela strappata a cui è cucito uno dei bruchi è una reinterpretazione di «Dead Horse» (1823) di Théodore Géricault. Un lavoro che riflette sulla memoria personale e sulla sua continua trasformazione, temi che attraversano anche la ricerca di Sofía Salazar Rosales (Quito, 1999), vincitrice del Premio Oelle – Mediterraneo Antico 2026. L’artista ecuadoriana indaga la circolazione globale di persone e merci, attraverso oggetti che diventano testimonianze di contesti sociali, politici ed economici. La giuria, composta dai curatori Caterina Riva e Alberto Salvadori, ha premiato una pratica capace di intrecciare esperienze intime e storie collettive. Il riconoscimento le consentirà di svolgere una residenza di ricerca e produzione in Sicilia, [...]
Articolo precedente
Cyberattacchi alla catena del freddo: colpite due aziende italiane, allerta Acn
Articolo successivo
Electrolux, al Mimit trattativa ad oltranza ma l’accordo è ancora lontano

