
Dopo la denuncia a Bruxelles, le verifiche preliminari della Commissione Ue hanno confermato che gli apparecchi sanati sono 25 contro gli originari 15
Tornano le ombre sulla legittimità dell’uso degli autovelox: la recente sanatoria introdotta dal ministero delle Infrastrutture è sotto “indagine” da parte della Commissione Ue perché il testo del Dm dell’8 giugno scorso è diverso da quello che era stato notificato a Bruxelles (il 3 febbraio). Questa ennesima puntata della “saga autovelox” rischia di far regredire la situazione ad aprile 2024, quando la Cassazione stabilì la necessità dell’omologazione ai fini della validità dei verbali.
In questo caso non si tratta di una sentenza, bensì di una lettera della direzione generale Grow (mercato interno, industria, imprenditoria e pmi) della Commissione Ue, in risposta a una denuncia presentatale il 6 agosto 2026 contro il Dm, che finalmente disciplinava, dopo una travagliata gestazione, le caratteristiche, i requisiti e le procedure di omologazione dei misuratori di velocità veicolare. Il problema sta nell’Allegato B al Dm, che elenca un certo numero di apparecchiature che ricevevano l’omologazione direttamente senza passare dall’iter omologativo stabilito dal Dm stesso, sulla base di decreti esecutivi. La denuncia segnalava una difformità sostanziale dell’Allegato rispetto allo schema di decreto notificato alla Commissione ai sensi della direttiva Ue 2015/1535: nel testo originale c’erano 15 misuratori di velocità direttamente omologati e non i 25 che si trovano nella versione pubblicata in Gazzetta Ufficiale poi entrata in vigore.
A un esame preliminare, anche gli uffici della Commissione hanno trovato una difformità sostanziale rispetto al testo inviato; se così fosse, e siamo solo alle battute preliminari, il testo del decreto modificato avrebbe dovuto essere nuovamente inviato alla Commissione Ue. Sono in atto approfondimenti e i servizi amministrativi della Commissione hanno già preso contatto con le autorità italiane.

