
Il team dei dottori e degli esperti anti-bufale dell’Ordine nazionale dei medici risponde ai principali dubbi sulla salute
Il 4 settembre ricorre la Giornata internazionale del benessere sessuale, un’occasione per parlare di sessualità anche dal punto di vista della salute. Tra le domande che riguardano il benessere sessuale ce n’è una che interessa in particolare gli uomini: eiaculare frequentemente può ridurre il rischio di tumore della prostata? Alcuni studi hanno osservato un’associazione tra un’eiaculazione più frequente e un minore rischio di sviluppare questo tumore. Ma un’associazione non significa necessariamente che esista un rapporto di causa-effetto. Che cosa sappiamo oggi, dunque, sul ruolo di attività sessuale ed eiaculazione nella prevenzione di questo tumore?
I principali studi sul tema hanno considerato non solo i rapporti sessuali ma ogni caso in cui avviene eiaculazione, comprese la masturbazione e le emissioni notturne spontanee. Uno di questi studi, pubblicato su JAMA, risale a oltre vent’anni fa ma è tuttora molto citato. Il suo obiettivo era verificare l’esistenza di un legame tra la frequenza delle eiaculazioni e il rischio di sviluppare il cancro alla prostata. Per farlo, sono stati seguiti quasi trentamila uomini statunitensi, tra i 46 e gli 81 anni di età, che, per 8 anni, hanno risposto a questionari sulle proprie abitudini e l’eventuale comparsa di un tumore. I ricercatori hanno rilevato che un’elevata frequenza dell’eiaculazione (almeno 21 volte al mese) era associata a un ridotto rischio di quella patologia.
Ma questa osservazione basta per dire che eiaculare frequentemente protegga dal tumore? No. Lo sviluppo di un tumore dipende infatti da numerosi fattori. In letteratura erano state proposte diverse ipotesi per spiegare un possibile legame tra attività sessuale e rischio di tumore della prostata, tra cui una maggiore esposizione agli ormoni maschili o alle infezioni sessualmente trasmesse. Nessuna di queste ipotesi ha però trovato conferma nei dati di questo studio. Si è quindi presa in considerazione anche l’ipotesi opposta: che eiaculare più frequentemente potesse avere un effetto protettivo sulla prostata, favorendo l’eliminazione di sostanze potenzialmente dannose.
Il dato delle 21 eiaculazioni al mese deriva da un’associazione osservata nello studio citato, non da una soglia dimostrata come protettiva. Su questo aspetto sono chiare anche le linee guida europee più recenti. In esse, si chiarisce che, rispetto a un range di 4-7 eiaculazioni mensili, 21 o più eiaculazioni al mese sono state associate a un rischio inferiore di circa il 20% di sviluppo di carcinoma prostatico. Non si afferma, tuttavia, un rapporto di causa-effetto.
No: la frequenza dei rapporti sessuali e quella dell’eiaculazione sono infatti concetti distinti con effetti che si ipotizzano diversi.
Una recente revisione sistematica e meta-analisi, pubblicata nel 2025, ha analizzato 29 studi (per un totale di oltre trecentomila partecipanti) e ha valutato le diverse attività sessuali in relazione al rischio di carcinoma della prostata. In sintesi: fare sesso più frequentemente oppure con un elevato numero di partner diversi non risulta associato in modo significativo a un maggiore o minore rischio di tumore della prostata. La maggiore frequenza di eiaculazione, invece, è risultata associata a un rischio più basso.
Gli autori considerano comunque l’evidenza sulla frequenza dell’eiaculazione più solida rispetto a quella sugli altri comportamenti sessuali, pur sottolineando la necessità di ulteriori studi. In altre parole, avere una vita sessuale frequente non può essere considerato un metodo per prevenire il tumore della prostata: le evidenze disponibili suggeriscono una possibile relazione tra la frequenza dell’eiaculazione e un minore rischio di carcinoma prostatico, ma non dimostrano che sia proprio l’eiaculazione a determinare questa riduzione del rischio.
Il tumore della prostata è, tra la popolazione maschile, il secondo più diffuso e si prevede che la sua incidenza continuerà a crescere nei prossimi decenni.
Costituisce una delle cause di mortalità più diffuse, soprattutto perché le sue fasi iniziali sono asintomatiche e, spesso, i disturbi della prostata, anche diversi dal cancro, non sono immediatamente identificati. Lo abbiamo visto, nel dettaglio, in questa scheda sulla diagnosi precoce tramite il PSA.
Questa neoplasia, rispetto ad altre, è però collegata a un numero ridotto di fattori di rischio modificabili. Il principale fattore di rischio è l’età. Se prima dei 40 anni le possibilità di sviluppare un carcinoma prostatico sono rare, dopo i 50, e soprattutto dopo i 65, aumentano notevolmente. Incide anche la familiarità: per chi ha o ha avuto un consanguineo ammalato, il rischio raddoppia e aumenta ulteriormente in presenza di più familiari affetti da questa patologia. Conta, inoltre, la genetica: alcune mutazioni ereditarie, infatti, possono predisporre al rischio di sviluppare il tumore.
La possibilità di modificare lo stile di vita per evitare il cancro è molto limitata, ma non nulla: dieta equilibrata (senza troppi grassi saturi né alcol), regolare attività fisica per contrastare sedentarietà e aumento di peso, ed eliminare il fumo possono contribuire a ridurre il rischio di neoplasia. Ne abbiamo parlato anche in relazione ai più diffusi tumori femminili , a quello che colpisce il colon.
La forma di prevenzione più efficace contro il tumore della prostata è quella secondaria, cioè seguire le raccomandazioni per la diagnosi precoce, soprattutto se si possiedono i fattori di rischio di cui abbiamo parlato
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