Avventura e ricerca al Rossini opera festival

Si torna sempre più ricchi dal ROF e ogni volta puntualmente abbagliati dalla grandezza del Pesarese. Perché al Rossini Opera Festival, edizione numero 47, nonostante le discontinuità di inevitabili del tempo, lo spirito di avventura e di ricerca rimane. Nel cartellone un po’ magretto di quest’anno, a farsene carico è tutto da solo “Le Siège de Corinthe”, la prima opera per Parigi, duecento anni esatti di compleanno. Attuale come fosse scritta oggi nel tema di assedianti e assediati, invasori, distruttori, macerie e lacerti di sopravvivenza. La nuova produzione poggia su due punti di forza: il primo, assoluto, la protagonista, Pamyra (accento rigorosamente sulla “a”) cantata dalla primadonna oggi più sugli scudi, Vasilisa Berzhanskaya, bellezza e fascino inversamente proporzionali alla complessità della pronuncia del cognome russo. Nessuna ha la sua facilissima esattezza, la sgranatura di tutte ma proprio tutte le note, centellinate con la scioltezza di un virtuoso della tastiera. E con un colore cangiante, che dal mezzosopranile di base, tinta centrale morbida, vola adesso potente anche in acuto: senza smagrirsi, restando fluido e seducente. Fantastica.

Doppiamente fantastica perché in sostanza nata qui, Vasilisa, al ROF dove solamente dieci anni fa cantava insieme alle giovani promesse della scuola di belcanto (ma aveva già solide basi apprese altrove, lei nativa di Essentuki, zona termale intorno al Caucaso). Molte sono le voci femminili oggi di classe A, ma nessuna possiede la sua musicalità magnetica, fatta di tecnica e di classe: niente smorfie, niente vezzi in scena. Quasi algida nei movimenti, esprime tutta l’aristocrazia del vero artista. Rossini sembra aver scritto la parte della eroina di “Le Siège” pensando alla personalità di lei, giovane donna divisa tra un padre autoritario (quanto si sente che l’opera era nata a Napoli) e l’innamoramento per Mahomet II, che avrebbe distrutta la sua patria, Corinto, conosciuto però ad Atene dove gironzolava sotto falso nome. In un mondo che la storia in tre atti racconta, fatto solo di assalti e guerra, il filo dorato di Pamyra porta un argine di femminilità salvifica: prima battagliera, patriottica, nel ricordo della madre perduta, poi raccolta in un privato tutto amoroso, per lo straniero affascinante e affascinato, a cui deve rinunciare. Un pedale di morte la accompagnerà sempre, che genio Rossini a inserirlo tra le righe da subito. Fino al suicidio, preceduto da una Preghiera (“Juste ciel, ah! ta clé

mence”) tutta a mezze voci, la tecnica di canto più difficile. Capolavoro Berzhanskaya nell’arrivare a concludere così.

Il secondo punto di forza del nuovo “Siège” è la regia di Davide Livermore. Pulita, niente di nuovo rispetto a un linguaggio forte, tutto personale, ma asciugato nel superfluo. Anche il gesto di Mahomet che fa pipì sulle rovine del tempio greco, peraltro già sommerso da sacchi di immondizia colorati, esce coerente con una lettura dalla chiarezza esemplare: siamo noi ad assediare Corinto, archetipo di bellezza con le statue di una Venere di Milo e di una sorella danzante, avvolte in grandi teli di plastica, inutilmente preservate insieme ad altri resti di statuaria classica in grandi casse che si aprono e si richiudono come teatrini nel teatro, rifugi con sfondi ora idilliaci ora mortiferi negli ormai noti video di design di D-Wok. Rifugio di un mondo perduto, riferimento colto al teatro di strada, portano sull’esterno il marchio del “Rossini Opera Festival”. Ma nell’immagine finale mostreranno un paesaggio coperto solo da una montagna di rifiuti. Le riflessioni restano aperte.

Anche l’abito diverso tra assedianti e assediati esce di immediata leggibilità, nei vestiti di scena (non chiamiamoli più costumi) di Gianluca Falaschi: i Corinzi portano pepli, e gonnelline le ragazze; in odore di cristianità li vuole Rossini nei cori finali, dove la benedizione delle bandiere dice a parole e in musica la vocazione al martirio. Pagina sacra, stupenda. I Turchi invece sono anche loro tutti in bianco, panna, ma con giacca-pantalone-cravatta-gilet-borsalino: fumano oppure scattano foto con il cellulare, oppure entrambe le cose. Perennemente. Sguardo semplice ma diretto di osservazione sul nostro quotidiano. Uno di loro incarna l’emarginato sgradevole, sempre di lato (figura del teatro, sì, forse superflua qui) mentre si scaccola, si rosicchia le unghie, pulisce a mano le suole delle scarpe. Quarta e ultima preziosa sorpresa di questo ROF, dopo la riscoperta di una partitura rara (edizione critica di Damien Colas Gallet, non ancora pubblicata nel corpus delle opere di Rossini), dopo Pamyra indimenticabile, dopo Livermore autentico – e faro nelle produzioni di questa estate italica, in gara di modestia – ecco l’ultima sorpresa: il Coro del Teatro Ventidio Basso. Già sentito in edizioni passate, ora brilla cresciuto, per qualità delle voci e professionalità. Nel “Le Siège” canta praticamente sempre. E Rossini gli chiede raffinata polifonia, incisività, carattere cangiante, nei due ruoli contrapposti di assalitori e assaliti. Loro, preparati e diretti da Pasquale Veleno rispondono con professionalità di prima sfera, forse i migliori sentiti quest’estate, attivi abitualmente nella piccola ma preziosa realtà di Ascoli Piceno.

Bisognosa invece di cura e di restauro l’Orchestra del Comunale di Bologna, diretta da Carlo Rizzi, attento a garantire gli appiombi con il palcoscenico (poco di più). Buona la sezione fiati, da ricostruire il suono degli archi. Evidentemente il trasloco forzato fuori dal Bibiena pesa. Speriamo nel prossimo ritorno a casa. Corretti gli altri protagonisti in palcoscenico, ma senza punte pari alla Berzhanskaya: tra Maxim Mironov, incerto nelle scale cromatiche discendenti, e Matteo Roma, un po’ rigido nella tecnica, l’unico a starle al passo è Adrian Sâmpetrean, Mahomet II, cuperrimo di aspetto e di tinta, atletico nell’arrampicarsi fin sulla cima delle impalcature ai monumenti, come richiestogli da Livermore. Mentre si annunciano freschi i titoli del ROF dell’anno prossimo, con due nuove produzioni di “Tancredi” regia di Curran e “Donna del lago” di Erath, con ripresa di “Adina” di Rosetta Cucchi, si guarda al traguardo del mezzo secolo di vita del Festival, nel 2029. Ma attenzione, va costruito il nuovo pubblico, per il nuovo Auditorium Scavolini: comodo, in centro, di buona acustica e visibilità. Purtroppo di nuovo anche quest’anno per la serata di apertura contava molti posti vuoti. Sedie rosse, impossibile non vederle, e proprio nei posti laterali, quelli più in abbraccio con il palcoscenico.

Le Siège de Corinthe

Gioachino Rossini

Direttore Carlo Rizzi

Regia Davide Livermore

Pesaro, Auditorium Scavolini, fino al 21 agosto

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