
Rossellini, Cavani e Zeffirelli hanno dirottato la regia verso la semplicità, rifuggendo la santità e facendolo uomo con attori come Castel e Rourke
Francesco spoglia sé stesso del superfluo, ma anche i registi che indagano su di lui. Così, per il Santo, Rossellini, Cavani e perfino Zeffirelli si piegano alla semplicità formale. È quasi una via obbligata, un ossequio che trascina la regia all’osso. Prima di loro, Francesco era già entrato nel cinema Muto con alcuni primati: è di Enrico Guazzoni Il poverello d’Assisi (1911), primo film della storia del cinema, dedicato alla vita del santo. Poi c’è Frate Sole di Mario Corsi e Ugo Falena del 1918, considerato uno dei capolavori storici del cinema italiano delle origini. Infine, Frate Francesco (1927) di Giulio Cesare Antamoro, kolossal con massiccia distribuzione internazionale. Rossellini arriva da maestro del Neorealismo italiano a Francesco, giullare di Dio nel 1950, dopo Roma città aperta (1945), Paisà (1946), Germania anno zero (1948). Con Fellini prepara una sceneggiatura liberamente tratta dai Fioretti di San Francesco e rastrema la macchina da presa a un uso necessario ai dieci episodi del film.
Qui il paesaggio è sullo sfondo, in primo piano sono i tormenti e le gioie dei personaggi. Francesco (Nazario Gerardi) è quasi secondario, funge da ombrello e tutore dei fratelli, soprattutto di frate Ginepro (Severino Pisacane) e Giovanni il Semplice (Peparuolo). C’è Aldo Fabrizi nei panni di Nicolao nel ruolo quasi fiabesco del tiranno che si commuove davanti alla purezza francescana. Per Chiara (Arabella Lemaitre) e le consorelle, Rossellini cede il passo alla realtà: le vuole forzatamente avvenenti accanto a uomini, quasi freak, incapaci di stare civilmente al mondo, di cui violano le leggi per ingenuità o eccessiva generosità. Liliana Cavani torna tre volte su Francesco, con due miniserie televisive – Francesco d’Assisi (1966) e Francesco (2014) – e un film, Francesco (1989). Francesco d’Assisi è il suo esordio alla regia ed è anche la prima produzione Rai.
Come Rossellini, Cavani non è interessata alla santità, ma al giovane del 1200, nei rapporti di forza tra la nobiltà, cui il frate apparteneva, la Chiesa tormentata dalle eresie, la povera gente. Per il ruolo principale la regista sceglie Lou Castel che ha appena finito di girare I pugni in tasca di Marco Bellocchio, anche quest’ultimo nel cast nei panni di Pietro di Stacia. Castel è simbolo di ribellione e rottura con la borghesia, riecheggia con Cavani i movimenti hippies degli anni ’6o che abbracciano l’amore come forza prodigiosa. La regista utilizza per la sceneggiatura biografie [...]
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