Un evento “longue durée”, fino al 13 dicembre, in cui arte, architettura, design e fotografia indagano le mutazioni in atto nelle città e negli spazi relazionali delle comunità
Come cambiano le città, i paesaggi, le comunità? La mutazione – prima che nelle forme – è nel linguaggio? Qual è il senso del confine, della linea che divide? Può essere, invece, una soglia? Come coesistono identità differenti? Calabria e Sicilia sono territori necessariamente separati o c’è un altro modo per rimescolarne la memoria affinché luoghi e persone si possano riconoscere e interfacciare?
Domande complesse per tempi difficili solcano il mare, da Reggio Calabria a Messina, e cercano risposte nell’arte, nell’architettura, nella filosofia, nel design, nella fotografia: la Biennale dello Stretto trasforma un lembo di Mediterraneo in un grande laboratorio di pensiero, da Campo Calabro fino alla sponda siciliana. Con incursioni internazionali tra Agadir e Parigi. A promuoverla è Fondazione le città del futuro, con la direzione dell’architetto Alfonso Femia – fondatore e Ceo di Atelier(s), con sedi tra Milano, Genova e Parigi – e, per questa edizione 2026, con i contributi dell’architetta paesaggista Annalisa Metta, docente all’università Roma Tre, e dell’architetta-antropologa marocchina Salima Naji.
Ottantasei giorni di esposizioni, talk, workshop ed esplorazioni, diverse location, con l’obiettivo dichiarato di richiamare l’attenzione sulle mutazioni di città e paesaggi del Mediterraneo meridionale e medio-orientale e di spostare il baricentro dall’area mitteleuropea a quella del Sud, in un evento culturale di lunga durata (fino al 13 dicembre, programma online).
«Oggi le città sono organismi fragili e complessi in cui l’architettura deve diventare un percorso collettivo, dinamico, condiviso. Un progetto, in questo caso da sponda a sponda, capace di cogliere le mutazioni in atto a queste latitudini, quelle umane, quelle urbane, del paesaggio – spiega l’architetto Femia, da un punto di vista sostanzialmente filosofico -. Siamo qui per questo, con la nostra Biennale, che nella sua denominazione non richiama, come altre, una singola città, ma un territorio che ha dentro il mare. Uno spazio in cui l’acqua è matrice del paesaggio. E avvicina, accomuna».
Al centro degli eventi, geografia, territorio, comunità, elementi in continuo stato di trasformazione, «con una sequenza di espansioni e contrazioni, talvolta rapidissime, istantanee – fa notare Annalisa Metta -. Passaggi che spesso generano un disallineamento evolutivo che si abbatte su città e territori».
Ma tra Calabria e Sicilia, invece, i luoghi diventano sentimenti nelle conversazioni di Antonio Spadaro – sottosegretario al dicastero Cultura della Santa Sede – con Anna Mallamo e Giuseppe Smorto. I paesaggi abitati dal mito si ricuciono con ricami e rammendi nell’incontro di Domitilla Dardi con Annalisa Metta, gli orizzonti si capovolgono nel progetto di Aldo Zucco e dei suoi studenti dell’Accademia di Belle Arti di Catania. Arte e design si trasformano in laboratori di convivenza (seguendo Emanuele Quinz, storico e teorico dell’arte e del design). La rigenerazione si fa mutazione urbana nel dialogo di Paolo Verri, esperto di sviluppo delle città, con demografi, architetti, scrittori.
Sullo Stretto, si esplora il quarto spazio, quello delle relazionali. E si attraversa la geografia e l’ecologia territoriale, seguendo i percorsi del geografo della Sorbona David Goery. L’ architetto Clément Blanchet – fra i curatori dell’area progettuale scientifica – ragiona di confine tra “Naturale e Artificiale”. Gaetano di Gesu, di paesaggi in mutazione del Mediterraneo, Alessandra Ferrari di spazi di risulta urbana pubblici e privati: di undergound. Ico Migliore porta riflessioni sull’idea di progetto tra confine e divergenza, Filippo Pagliani, Michele Rossi e Michele Versaci affrontano il tema della resilienza idrica. Sotto la lente di Federico Parolo e Delia Valastro, il senso dello “spostarsi” alla luce dei cambiamenti globali.
La fotografia si spinge tra archetipo e scienza con le immagini di Annamaria Belloni (innesti inediti e poetici fra figura umana e vegetale), Gerri Gambino (frammenti di coste e citta dimenticate), Marco Introini (la forma dei luoghi e delle fiumare ioniche). Mentre il design elabora nuovi codici – nuove interpretazioni di bisogni, relazioni, modalità d’uso – , riunendo progetti locali e visioni internazionali, in cui i territori, tutti con le proprie diverse condizioni sociali, economiche e culturali, non sono sfondo ma sempre materia.

