Birra, ecco come potrebbero cambiare le regole per produrla

Un emendamento alla legge annuale per le Pmi avvia la revisione del Dpr 1498/1970 che regola caratteristiche analitiche e requisiti qualitativi delle diverse tipologie di birra

Il “caso” birra artigianale è arrivato velocemente a una soluzione: è bastato un chiarimento ministeriale in merito all’ambito di applicazione di una nuova norma, e tutto è andato a posto. Ma nel frattempo il Governo sembra orientato a ripensare l’assetto complessivo del comparto brassicolo italiano.

Il primo nodo (il più urgente) riguardava l’indicazione stessa “birra artigianale”, messa in dubbio dall’entrata in vigore della legge 34/2026 sulle Pmi e risolta con i chiarimenti del Ministero delle Imprese e del Made in Italy. Il provvedimento normativo introduce limitazioni all’uso del termine “artigianale” per chi non risulta iscritto all’Albo delle imprese artigiane, con sanzioni significative, ma così molti microbirrifici – perfettamente conformi alla normativa di settore – avrebbero potuto trovarsi nell’impossibilità di utilizzare la denominazione che identifica i loro prodotti, non sottoposti a pastorizzazione e microfiltrazione. Un paradosso evidente, ad esempio, nel caso dei birrifici agricoli, che producono birra artigianale senza essere iscritti all’Albo.

Unionbirrai, associazione di categoria dei piccoli birrifici artigianali indipendenti, si è attivata immediatamente per evidenziare il paradosso, ma contestualmente sembra che anche dalla grande distribuzione abbiano lanciato un segnale d’allarme, col rischio di bloccare interi stock di prodotti in distribuzione.

Il chiarimento ufficiale è arrivato a giugno: il Mimit ha precisato che la nuova disciplina non si applica ai prodotti artigianali regolati da leggi speciali, indicando espressamente tra gli esempi la birra artigianale. Soddisfatti dunque Unionbirrai e associazioni artigiane.

Chiusa la partita interpretativa, resta aperta quella strutturale. La stessa legge Pmi contiene infatti una seconda novità, sostenuta con forza dal comparto: l’emendamento – a firma del senatore Luca De Carlo, presidente della commissione Industria e Agricoltura del Senato – che avvia la revisione delle norme sulle caratteristiche analitiche e sui requisiti qualitativi delle diverse tipologie di birra, ancorate oggi al DPR 1498/1970. La definizione delle nuove regole sarebbe affidata a un decreto attuativo congiunto Masaf-Mimit-Mef che il Governo sarebbe orientato ad adottare entro l’autunno 2026.

Nel merito Unionbirrai ha le idee chiare, dato che il confronto con gli interlocutori ministeriali è stato serrato non da ora, ma negli ultimi otto anni. «La normativa attuale – chiarisce Vittorio Ferraris, presidente Unionbirrai – è costruita su un modello di birra che “non esiste più”: quella degli anni Sessanta, bionda, limpida, stabile, con caratteristiche standard molto precise. Oggi la produzione brassicola, soprattutto artigianale, è completamente diversa, anche perché la definizione stessa esclude microfiltrazione e pastorizzazione, portando naturalmente a prodotti con caratteristiche differenti».

I parametri su cui intervenire, secondo l’associazione, sono dunque chiari. «Il primo è l’acidità – chiosa Ferraris perché l’innovazione ha introdotto l’utilizzo di materie prime alternative, come la frutta o il mosto di vino, portando in dote livelli di acidità più elevati e quindi un ph più basso rispetto a quanto previsto dalla normativa attuale».

Lo stesso vale per le pratiche di affinamento e invecchiamento in botte, «che sono comunque prodotti stabili, controllati e sicuri, ma fuori dai parametri fissati sessant’anni fa», e per la gasatura con CO2 determinata dalla normativa, quando si producono anche birre con carbonazione più bassa, influenzate da stili internazionali come quelli anglosassoni. C’è poi la limpidezza, che certamente non è il tratto peculiare nelle birre artigianali, spesso non filtrate o realizzate con un uso importante di luppolo, per cui «oggi è normale avere birre opalescenti o velate».

A questi “aggiornamenti” necessari per il mutamento dell’identità stessa del prodotto brassicolo italiano, si aggiunge un nodo strutturale che sembra un paradosso. Da tempo si chiede infatti una armonizzazione europea, perché «in Italia abbiamo parametri più restrittivi rispetto ad altri Paesi – rimarca Ferraris – ma allo stesso tempo consentiamo la libera circolazione di prodotti esteri che non rispettano questi limiti. Questo crea una evidente disparità competitiva per i produttori italiani”. Né si tratta di un’esigenza del solo mondo artigianale: anche il comparto industriale è interessato, come dimostrano radler, birre aromatizzate agli agrumi o blanche, che per loro natura presentano livelli di acidità o torbidità superiori ai limiti attuali. Per questo «è necessario un lavoro di aggiornamento complessivo: tutto il comparto brassicolo deve muoversi per arrivare a una norma che sia finalmente coerente con la realtà produttiva contemporanea».

Tra i dossier c’è anche quello delle birre low e no alcol: le definizioni sono ancora disomogenee a livello europeo, ma in Italia sono ancorate a un impianto normativo degli anni Sessanta, mentre il segmento cresce trainato da nuove abitudini di consumo.

Al di là di tutte queste evoluzioni e precisazioni, sul piano politico il Governo sembra orientato ad un ripensamento organico del comparto brassicolo. Il senatore Giorgio Salvitti, consigliere del ministro dell’Agricoltura Francesco Lollobrigida, l’ha annunciato come “non più rinviabile” per andare oltre gli aggiustamenti e dare una legge nuova che abbracci tanto la dimensione industriale quanto quella agricola e artigianale.

Articoli correlati