
Il cambiamento climatico, secondo uno studio guidato dal Goddard Institute for Space Studies (Giss) della Nasa, sta rendendo i picchi di caldo estremo sempre più frequenti, anche al di fuori della stagione in cui di solito si verificano
Nonostante l’estate si avvii alla conclusione, potremmo dover continuare a fare i conti con periodici episodi di caldo estremo. Con l’arrivo del maltempo su gran parte della penisola, l’ennesima ondata di calore dell’anno è giunta al termine e le temperature record registrate nei giorni scorsi sono scese drasticamente: sabato 12 settembre tutte e 27 le città monitorate dal ministero della Salute saranno contrassegnate dal bollino verde. Tuttavia, secondo uno studio guidato dal Goddard Institute for Space Studies (Giss) della Nasa pubblicato sulla rivista Agu Advances, il cambiamento climatico sta rendendo i picchi di caldo anomalo sempre più frequenti, anche al di fuori della stagione durante cui solitamente si verificano.
I ricercatori del Giss, guidati da Catherine Ivanovich, hanno basato la ricerca su un puntuale confronto tra gli eventi di caldo estremo registrati tra il 1980 e il 1989 e quelli verificatisi nel periodo 2015-2024. I risultati mostrano come negli ultimi 45 anni le ondate di calore si siano estese in modo significativo su metà delle terre emerse per quanto riguarda il caldo secco, e su poco meno della metà (il 48%) per il caldo umido.
Questa espansione, però, è avvenuta in modo asimmetrico: verso la primavera in alcune regioni e verso l’autunno in altre. Il riscaldamento globale, pur non essendo sufficiente a spiegare da solo tale asimmetria, ne rappresenta la principale causa. Ma, sulla base dei dati raccolti, è probabile che entrino in gioco anche altri fattori come le variazioni nelle precipitazioni e l’uso del suolo.
Come emerge dallo studio, gli episodi di caldo anomalo si stanno espandendo nel tempo e lo stanno facendo in maniera non uniforme nel mondo. In Europa occidentale, Africa meridionale e India Nord-occidentale, le temperature estreme stanno anticipando sempre più il loro arrivo alla primavera, mentre in Europa orientale, Stati Uniti occidentali, Africa settentrionale e Cina orientale questi eventi stanno diventando più frequenti nei mesi autunnali.
Nella ricerca viene presa come esempio la città di Phoenix, la capitale dell’Arizona, negli Stati Uniti. Qui sono stati registrati 183 giorni di caldo estremo tra il 1980 e il 1989 e 338 tra il 2015 e il 2024. Se, da un lato, nessuno degli eventi degli anni Ottanta si è verificato dopo la fine della stagione calda, dall’altro, nel secondo decennio di riferimento il 6% si è verificato dopo tale periodo. Dall’analisi dei ricercatori emerge che la data mediana degli estremi di caldo secco in città si è spostata di 10 giorni in avanti, mentre quella degli estremi di caldo umido si è spostata di 5,5 giorni in avanti.
Secondo lo studio, è fondamentale riuscire a prevedere con largo anticipo l’arrivo di episodi di caldo estremo. Se si materializzano fuori stagione, infatti, il loro impatto potrebbe assumere proporzioni più rilevanti. Arrivando precocemente, prima che le persone si siano acclimatate al caldo, potrebbero mettere a dura prova l’organismo. Lo stesso vale per quando arrivano dopo mesi di temperature elevate. Inoltre, risulta più difficile per le comunità prepararsi a tali eventi, dato che le contromisure prese dai governi, come gli avvisi di allerta o la tutela dei lavoratori più esposti ai raggi solari, sono spesso organizzate sulla base del calendario estivo.
Infine, le variazioni nella tempistica stagionale del caldo estremo aumentano la probabilità che le ondate si trovino a coincidere con altri fenomeni, come il picco della stagione degli incendi negli Stati Uniti occidentali o quello degli uragani nella parte Sud-orientale del paese. Come spiega Ivanovich, quando più eventi caratterizzati da rischio elevato si verificano insieme o in rapida successione risultano «più pericolosi e hanno un impatto maggiore rispetto a quando si manifestano isolatamente». Secondo i ricercatori, infatti, i risultati ottenuti dimostrano la necessità di estendere la durata dei sistemi di allerta per il caldo estremo.

