
Il quintetto torna con “Dopamine Chamber”, album assediato dall’AI che cerca rifugio in freddi sintetizzatori e orchestrazioni vintage, ispirate ai brani di Mina
Lucy Honeychurch trova in Italia uno spazio di libertà, ma nel suo soggiorno a Firenze è delusa perché la sua stanza non ha una vista sull’Arno, come avrebbe desiderato. La protagonista del romanzo di Forster è una turista che deve ancora imparare a fare esperienza del mondo con i propri occhi. Perché vedere veramente significa andare oltre le immagini, le convenzioni e le idee preconfezionate. Anche se “Camera con vista” non sarà stata tra le letture dei Fontaines D.C. durante la scrittura del loro quinto album, “Dopamine Chamber” racconta di una fuga da un quotidiano corrotto da relazioni sentimentali instabili, alienazione, desiderio, dipendenza emotiva e difficoltà a sentirsi davvero vivi. È un disco surreale e cinematografico, legato in parte anche all’Italia. Qui, in una sorta di Grand Tour 2.0 e ascoltando Mina, il cantante Grian Chatten ha attraversato da turista romantico lo «splendore sbiadito» di Venezia e della Sicilia, fino a Palermo, dove alcune voci dell’album sono state registrate in una stanza, tra materassi e cuscini.
I brani di “Dopamine Chamber” hanno assorbito la pioggia incessante che i Fontaines D.C. guardavano cadere da uno studio a nord ovest di Londra. Qui hanno registrato con James Ford un album refrattario alla luce di “Romance” e rintanato nelle esistenze di personaggi che guardano la propria vita come un film, invece di riuscire semplicemente a viverla. Una sensazione ancora più profonda in seguito alla morte del manager Trevor Dietz, a cui il disco è dedicato. Ma “Dopamine Chamber” è uno spazio nebuloso in cui rimbomba musica che altera la mente. Pop orchestrale, l’oscurità elettronica dei Depeche Mode, esplosioni violente di chitarre e trip hop si squagliano su un cucchiaino riscaldato da quella fiammella «d’amore e speranza» che i Fontaines D.C. cercavano di proteggere nel precedente album.
La batteria picchia sulla stanchezza di sentire «sempre lo stesso rumore, sempre la stessa risata» in “Mimesis”, mentre le sfumature shoegaze del passato tornano in brani come “Demolition” e nella filastrocca allucinata di “Tongue”; gli Smashing Pumpkins di “Tonight, Tonight” rimbalzano in “Happy for You”. In “One Man” Chatten cerca una connessione umana, mentre un’orchestra gli suona attorno, ricordando i momenti più emotivi di Björk. La sua voce s’intreccia con quella di Rosalía in “Where Is Gone?”, una canzone perfetta per i titoli di coda di un nuovo James Bond, forse per la sua atmosfera retrò in stile Burt Bacharach, di cui la stessa Mina ha cantato alcuni brani in italiano. “You Miss Me” riporta il disco verso la penombra di “Marianne”, il primo singolo ad anticipare un album che ha meno canzoni d’impatto rispetto al passato, soprattutto alla prima trilogia del gruppo (“Dogrel”, “A Hero’s Death” e “Skinty Fia”), incentrata sul rock e sul rapporto tra i cinque e le loro radici irlandesi. Con “Romance”, il gruppo ha abbracciato un altro sound e immaginario, dando conferma della sua grande ambizione, e “Dopamine Chamber” ne segue la scia, risultando più ambientale: i suoi brani non avranno incisi memorabili come in passato, ma ti trascinano in un mondo. I Fontaines D.C. non hanno salvato il rock, come si scriveva ai loro esordi, ma continuano a esplorare sfumature del pop che li rendono imprevedibili. Sono sempre stati in fuga: da Dublino, dal loro sound, dal peso di una tradizione culturale e musicale. Ora che si sono chiesti dove approdiamo quando scappiamo, ci lasciano vagare per una stanza in cerca di un’emozione da provare anche attraverso il dolore, in un malsano bisogno di riscoprirci umani. Cosa succederà quando finalmente avremo una vista?
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