
Perde quota l’ipotesi di un sostegno attraverso la carta “Dedicata a te”
Approvato il tredicesimo decreto per finanziare il taglio delle accise solo sul gasolio, il governo comincia a pensare a una via d’uscita dal tunnel degli sconti generalizzati. Dopo la proroga di dieci giorni decisa mercoledì in Cdm, l’esecutivo guarda al 6 settembre, quando sarà disponibile l’extragettito Iva di agosto e si potrà valutare il ritorno delle accise mobili. Ma il secondo della partita contro il caro carburanti guarda ora a interventi più mirati. Tra i quali, nelle ultime ore, sta guadagnando terreno nelle file della maggioranza l’ipotesi di un bonus benzina in busta paga, scaricabile dal datore di lavoro come costo d’impresa attraverso i fringe benefit. «Se la crisi dovesse durare in queste dimensioni – ha spiegato ieri Marco Osnato, responsabile Economia di Fratelli d’Italia – si farà una valutazione selettiva. Una possibilità sono i buoni benzina del datore di lavoro, attraverso i fringe benefit. Credo che sia stata una buona intuizione del viceministro Maurizio Leo».
Sulla stessa linea Forza Italia contraria all’idea di aiutare gli italiani attraverso la carta “Dedicata a te”, che oggi spetta a poco meno di 1,2 milioni di persone : «Da ex sindaco – ha detto il responsabile nazionale dei Dipartimenti azzurro Alessandro Cattaneo – metto in guardia da interventi sulla social card» perché «l’unico modo per determinare il reddito è l’Isee, e per l’80% le risorse vanno a stranieri. Mi sembra un sistema iniquo ed inefficace». Un punto di vista che trova d’accordo anche gli esponenti leghisti.
Insomma, l’orientamento è quello di procedere attraverso aiuti non più generalizzati, come ha confermato ieri anche il ministro dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica, Gilberto Pichetto Fratin, a margine dell’evento “La Piazza” in corso a Ceglie Messapica. «Sul fronte del caro-carburanti si sta parlando di valutazioni più selettive, quindi su un settore o su fasce».
Sullo sfondo, la panoramica sul semestre di crisi petrolifera legata a Hormuz restituisce l’immagine di un Paese spaccato sui rincari, soprattutto del gasolio. A sfavore del Mezzogiorno, che con quattro Regioni guida la classifica dei rialzi: Sicilia (+45,3 centesimi al litro), Campania (+45 centesimi), Puglia (+44,9 centesimi) e Calabria (+43,9 centesimi). La prima Regione non meridionale in graduatoria è la Toscana, dove un litro di diesel costa in media 43,8 centesimi in più rispetto allo scorso 20 febbraio.
I rincari maggiori, però, non coincidono con i distributori più costosi. O almeno non esattamente. Perché i listini più alti in assoluto sono quelli della Provincia di Bolzano (2,184 euro al litro) e del Friuli-Venezia Giulia (2,158 euro), dove il gasolio costa caro da mesi per la complessità della rete di distribuzione.
Il motivo per cui il gasolio resta sotto osservazione più della benzina è strutturale: alimenta il trasporto di merci, un settore a domanda rigida che non può ridurre i consumi al salire dei prezzi e finisce per scaricarli sulla filiera. Non a caso il governo è tornato a intervenire più volte su questo fronte, anche per evitare che i rincari si scarichino sui cittadini con il caro-vita più in generale: secondo gli ultimi dati Istat sui prezzi al consumo (luglio), l’inflazione tendenziale ha superato la media nazionale (+2,9%) proprio nelle Regioni dove il gasolio è cresciuto di più, con la Calabria al +3,5%, la Campania al +3,3%, Puglia e Sicilia al +3,2 per cento.
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