Carmen Gallo vince il Premio Strega Poesia 2026

Dopo la vittoria di Mari nella narrativa, per il secondo anno consecutivo Einaudi conquista anche il trofeo liquoroso

“Com’è possibile difendersi da ciò / che ci minaccia o ci reclama dall’alto”, dal fato funesto, dai tradimenti semantici del tempo? La domanda che apre la raccolta “Procne Machine” (Einaudi), ieri sera, sul palco dell’Acquario Romano, ha raccolto una risposta di 33 voti su 83 espressi, quelli con cui Carmen Gallo si è aggiudicata la quarta edizione del Premio Strega Poesia. A seguire Isabella Leardini (18 voti) con “Maniere Nere” (Mondadori), che ha vinto lo Strega Giovani; Vincenzo Ostuni (17 voti) con “Faldone” (Il Saggiatore); Federico Italiano (10 voti) con “Godzilla e altre poesie” (Guanda) e Fabrizio Lombardo (5 voti) con “La linea spezzata” (Donzelli). Sotto i riflettori violacei la vincitrice ha reso omaggio ad Anne Carson, fresca di Nobel, la cui poesia saprebbe “rinnovare innanzitutto le convenzioni della tradizione”. Il commento felice di Gallo non era di circostanza, avendo già firmato la postfazione a “Il genere del suono” (2026), saggio in cui Carson ricostruisce, da Aristotele a Freud, come la cultura maschiocentrica abbia ridotto la voce delle donne alla stregua del rumore. Qui Gallo s’invola da una battuta di “Pene d’amor perdute”, quando la donna che si avvicina alla corte rischia “la perdita della lingua”, “come la Filomela del mito” al centro di “Procne Machine”.

È la stessa ferita da cui è scaturita la sua raccolta. Il mito è noto: Tereo violenta la cognata Filomela e le taglia la lingua, lei ricama l’accaduto per poi vendicarsi con la sorella maggiore, Procne, che uccide il figlio Iti e gli dèi le trasformano rispettivamente in una rondine e in un usignolo. Meno noto è che per Gallo, anglista alla Sapienza, la vera metamorfosi sia la traduzione, ciò che accade a una storia quando passa di bocca in bocca. E nella sezione centrale, in prosa volutamente piana, la racconta daccapo per ogni autore che l’ha ripresa, da Ovidio a Gascoigne, che nel “Jug Jug” dell’usignola sentiva [...]

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