Carta, il 20% delle aziende valuta la chiusura per il caro energia

Il settore, tra i più energivori, risente strutturalmente dell’aumento esponenziale dei costi. È già accaduto tra il 2022 e il 2023, quando la guerra tra Russia e Ucraina ha messo in evidenza la fragilità del sistema di approvvigionamento nazionale

C’è chi ha già bloccato i macchinari e chi ci sta pensando: sei cartiere italiane nel 2026 si sono fermate, prolungando la fase di manutenzione, e almeno un 20% (circa trenta cartiere) sta dichiarando di essere in crisi e di pensare di fermare la produzione nelle prossime settimane, se il costo dell’energia non calerà.

Il settore della carta, tra i più energivori, risente strutturalmente dell’aumento esponenziale del costo dell’energia. È già accaduto tra il 2022 e il 2023, quando la guerra tra Russia e Ucraina ha messo in evidenza la fragilità del sistema di approvvigionamento nazionale. Oggi però, dicono gli imprenditori, la variabile speculazione è molto più presente e il problema si è ulteriormente aggravato.

Il risultato è che molte aziende stanno lavorando sul filo di un equilibrio precario tra costi e ricavi: alcune dichiarano di essere già in perdita ma di voler evadere le commesse; altre di valutare lo stop nei prossimi giorni; altre ancora di essersi già fermate da una decina di giorni, e di aver così anche bloccato il riciclo comunale della carta.

Il prezzo alle stelle del gas è il primo problema dell’industria cartaria in questo momento: ha ridotto drasticamente la marginalità e pesa sul bilancio il 40% circa. L’impennata dei giorni scorsi ha messo a dura prova gli imprenditori, da quando cioè il costo è arrivato a toccare gli 85 euro a megawattora.

Lorenzo Poli, presidente di Assocarta, mette in evidenza come la politica dovrebbe prendere provvedimenti, anche perché «il gettito fiscale Iva aumenta di pari passi al costo energetico, basterebbe anche solo interrompere o restituirci quello. In associazione ci arrivano segnalazioni sempre più allarmanti – aggiunge Poli, che guida un’associazione composta da 150 cartiere – Su tutto il territorio nazionale fino al 20% delle imprese dichiara di essere in difficoltà e di pensare a chiusure “tecniche”, in attesa che i prezzi si ristabiliscono. Tutti navighiamo a vista, un elemento di estrema instabilità per chi fa l’imprenditore». Poli sottolinea inoltre come alle cartiere sia collegata anche la funzione sociale del riciclo.

La Cartesar di Salerno è una di quelle che ha scelto di chiudere, e, a proposito di economia circolare, a questa impresa è collegato il riciclo del 70% della carta in Campania. «Siamo fermi da più di una settimana, non c’è redditività – dice Carlo De Iuliis, alla guida dell’azienda – Nel nostro piazzale c’è accumulato il materiale da riciclare». Almeno altre due cartiere a Lucca, distretto storico, hanno fatto la stessa scelta.

In Umbria l’azienda Cartiere di Trevi, con i suoi 75 dipendenti, ha deciso di resistere solo per portare avanti gli ordini già inoltrati. L’ad Franco Graziosi sottolinea ancora una volta che «i costi sono raddoppiati. Ora valutiamo di giorno in giorno. Ancora qualche settimana così e valuteremo la chiusura». Graziosi critica l’inerzia del governo, ricordando che «altrove si fa di pi, ad esempio in Germania e Francia si stanno usando fondi europei per aiutare gli imprenditori, cosa che in Italia non viene fatta. Inoltre – aggiunge – chiediamo l’introduzione di un credito d’imposta per gli shock temporanei, come appunto quelli energetici».

Anche Cartiere di Trevi sottolinea il problema dell’economia circolare, che rischia di fermarsi da un momento all’altro. La prospettiva dei Comuni, nemmeno troppo lontana, è di dover portare la materia prima da riciclare all’estero, pagandola.

Altra questione, non di minor conto: le aziende che decidono di resistere cercheranno di scaricare a valle i costi aumentati. Il risultato è che, ad esempio, gli imballaggi e le confezioni di cartone utilizzati da altre filiere verranno a costare di più, e infine il prodotto sarà più costoso per tutti i cittadini. «Manca nel paese una politica industriale di lungo periodo – conclude Graziosi – Una visione più strategica».

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