
La prima Corte d’Assise di Roma decide sul processo per il sequestro, le torture e l’omicidio del giovane ricercatore friulano. La procura ha chiesto il carcere a vita per Magdi Ibrahim Adelal Sharif e 17 anni e mezzo per gli altri tre imputati, tutti appartenenti agli apparati di sicurezza egiziani
Domani il caso Giulio Regeni arriva al verdetto. A Roma, la prima Corte d’Assise è chiamata a pronunciarsi sui quattro uomini dei servizi segreti egiziani finiti sotto accusa per la vicenda del giovane ricercatore friulano scomparso il 5 gennaio 2016 e ritrovato morto il successivo 6 febbraio sull’autostrada che collega Il Cairo con Alessandria. Saranno trascorsi 3.890 giorni dal ritrovamento del suo corpo, segnato dalle torture.
Per la Procura di Roma, dietro il sequestro e l’uccisione di Regeni non ci sarebbe l’azione di criminali comuni, ma quella di uomini inseriti negli apparati dello Stato egiziano. È su questa ricostruzione che si è sviluppato il processo e sulla quale ora dovranno decidere i giudici.
La requisitoria dell’accusa si è conclusa il 23 giugno. Il procuratore aggiunto Sergio Colaiocco ha chiesto l’ergastolo per Magdi Ibrahim Abdelal Sharif, indicato come colui che avrebbe materialmente ucciso Regeni.
Per Athar Kamel Mohamed Ibrahim, Uhsam Helmi e Tareq Sabyr la richiesta è invece di 17 anni e sei mesi di reclusione per ciascuno.
Secondo la Procura, le responsabilità contestate agli imputati non derivano da una lettura emotiva della vicenda, ma da un insieme di documenti, testimonianze, accertamenti tecnico-scientifici e riscontri acquisiti e verificati nel corso del dibattimento.
L’inchiesta e il processo sono stati portati avanti dalla Procura di Roma nonostante la posizione assunta dall’Egitto nel corso degli anni. I magistrati romani contestano alle autorità egiziane di avere ostacolato l’accertamento dei fatti attraverso silenzi, ricostruzioni di comodo e informazioni false.
Nella lettura dell’accusa, l’Egitto avrebbe scelto di proteggere gli uomini coinvolti nella vicenda Regeni invece di contribuire pienamente alla ricerca della verità.
È anche per questo che il processo assume, nella prospettiva dei pm, un significato che va oltre l’uccisione di un singolo uomo. Al centro c’è una violenza esercitata in modo sistematico e organizzato su una persona indifesa, privata di qualsiasi tutela dopo essere stata sequestrata.
La Procura descrive quanto accaduto a Regeni come un percorso di progressiva cancellazione di ogni garanzia. Prima la sottrazione della libertà, poi le torture e infine la morte.
Secondo l’accusa, il ricercatore venne spogliato anche della propria condizione di persona titolare di diritti. Un elemento che i magistrati considerano centrale nella qualificazione della condotta contestata agli imputati. A compiere tutto questo, nella ricostruzione dell’accusa, sarebbero stati uomini appartenenti agli apparati di sicurezza egiziani.
Alla lettura del verdetto saranno presenti anche i genitori di Giulio Regeni, come hanno fatto durante il processo. Da quando il corpo del figlio venne ritrovato al Cairo hanno chiesto che fossero accertate le responsabilità per la sua morte e che venissero raggiunte verità e giustizia.
Accanto a loro c’è l’avvocata Alessandra Ballerini, che rappresenta la famiglia. La legale ha più volte sottolineato la determinazione con cui i genitori di Regeni hanno affrontato in questi anni il confronto con il regime egiziano, senza arretrare e senza perdere dignità.
Domani toccherà alla prima Corte d’Assise di Roma stabilire se la ricostruzione portata in aula dalla Procura possa tradursi nelle condanne richieste. Dopo 3.890 giorni dal ritrovamento del corpo di Giulio Regeni, il processo arriva così alla sua prima sentenza.
Articolo precedente
Consulenti finanziari indipendenti a congresso
Articolo successivo
Bar, chiuse 24mila attività in sei anni: Roma perde oltre il 30% dei locali

