
Nonostante l’importanza riconosciuta della tecnologia, i consigli di amministrazione italiani faticano a integrare l’innovazione digitale nelle decisioni strategiche, limitando la competitività futura
Una recente ricerca Wyser/EXS, pubblicata qualche mese fa anche sul Sole 24 Ore, confermava un evidente paradosso: sebbene il 67% dei consiglieri di amministrazione attribuisca all’evoluzione tecnologica un forte impatto sulla strategia aziendale per i prossimi due o tre anni, solo il 30% rileva una presenza frequente del board nelle decisioni inerenti i progetti in ambito digitale.
Due dati che portano a due doverose domande. La prima: se la tecnologia è destinata a incidere sempre di più sulle scelte ritenute chiave per il futuro dell’organizzazione, perché non è fra le priorità nelle agende dei membri del CdA? La seconda: quali competenze e cultura dell’innovazione servono oggi a un consiglio per poter governare davvero questi processi?
Domande che rifocalizzano l’attenzione su una delle questioni aperte per molte imprese italiane, ovvero sia il deficit digitale (spesso accompagnato da un gap culturale e organizzativo) e la difficoltà di gestire il passaggio dalla consapevolezza (degli impatti dell’innovazione) alla governance (dell’innovazione). Ne abbiamo parlato con Alberto Calvo, Managing Director di Mito Technology, società di advisory e venture capital specializzata in ambito tech, e membro di diversi CdA, tra cui quello di Fondazione CRT.
Perché esiste questo divario fra consapevolezza e governance e quanto pesa sulla capacità delle imprese di innovare?
Il divario nasce storicamente da un problema di cultura della governance: dopo il grande successo ottenuto nel dopoguerra dalle grandi imprese europee, prevalentemente a matrice famigliare, la tecnologia è stata progressivamente percepita come un tema da risolvere sul piano operativo e da gestire in continuità incrementale rispetto al passato. Da qui deriva, al di là delle dichiarazioni spesso enfatiche e autocelebrative delle aziende, una sostanziale delega di questi aspetti al middle-management o all’IT. In questo momento storico credo, invece, che non esista nulla con profilo più strategico dell’innovazione per assicurarsi un vantaggio competitivo nel medio termine. Questi sono temi che per definizione devono essere analizzati e dibattuti all’interno dei CdA, i quali devono garantire disciplina nell’azione del management perché l’impatto delle decisioni in questo ambito non si può misurare nel breve periodo, ma da esso dipende spesso l’esistenza futura stessa delle imprese.
L’idea che la trasformazione digitale sia soprattutto un tema di execution è però ancora diffusa: che cosa dovrebbe quindi cambiare nel modo in cui un board valuta un investimento tecnologico?
È davvero un tema paradossale: vi è una letteratura corposa e datata sull’argomento, nonché esempi eclatanti di aziende come 3M o Caterpillar che hanno costruito una leadership pressoché inattaccabile nei loro settori grazie a un vantaggio tecnologico unico rispetto alla concorrenza. Tuttavia, pur essendo consapevoli che è proprio la tecnologia la principale fonte di questo differenziale, si è timidi e titubanti nell’impostare piani di medio periodo destinati a questo obiettivo. Negli ultimi decenni si è progressivamente diffusa tra i vertici aziendali la convinzione che “il problema tecnico si risolve sempre e facilmente” e che “si compete prevalentemente su altre basi”, come per esempio il marketing. La realtà ci dice che non è così: chi è in grado di portare sul mercato soluzioni che garantiscano ai clienti prestazioni migliori a costi complessivamente inferiori riesce ad affermarsi, gli altri no. Ma per fare questo, un approccio migliorista non è più sufficiente e le aziende sono programmate per fare un passo alla volta, assumendosi i rischi più contenuti possibili. È un problema essenzialmente culturale.
Per governare l’innovazione è sufficiente la presenza di uno o più consiglieri con un solido background digitale oppure serve una cultura tech condivisa dall’intero board?
Il presidio di questi temi [...]
Articolo precedente
Bollo auto, per le famiglie povere lo sconto vale quasi il triplo
Articolo successivo
Unifarco accelera sull’innovazione

