
La truffa si basava su un sofisticato circuito di somministrazione illecita di manodopera che ha coinvolto ben 2.478 lavoratori
Su Instagram era il ritratto del lusso e del successo: scatti al timone di yacht a Porto Rotondo, voli in elicottero, serate alla console da dj e tramonti mozzafiato dal suo resort in Kenya, il tutto davanti a oltre 140mila follower. Ma dietro l’immagine patinata del “marito perfetto” e imprenditore da jet set, si nascondeva un abisso contabile.
Il cinquantunenne originario di Tarquinia e residente a Marina Velca è finito agli arresti domiciliari con braccialetto elettronico. Per la Guardia di Finanza è lui la “mente” di una colossale frode fiscale da oltre 14 milioni di euro, smantellata con un maxi-sequestro preventivo.
Laureato in Economia e Commercio all’Università della Tuscia nel 1999, dal 2001 Moretti ha costruito una fitta rete di uffici aprendo lo “Studio tributario Moretti & partners”, con sedi a Roma (in viale Parioli), Viterbo e Milano. Sebbene l’ordinanza del gip lo indichi come “commercialista”, l’Ordine dei dottori commercialisti ed esperti contabili di Viterbo ha smentito categoricamente la sua iscrizione all’albo, precisando che il cinquantunenne utilizza il titolo in modo improprio. La sua fedina non è peraltro vergine da attenzioni investigative: già nel 2023 era stato coinvolto in un’inchiesta della Guardia di Finanza sui pacchetti di risparmio fiscale legati alla Link Campus University.
A determinare l’attuale misura cautelare è stato anche il pericolo di fuga, legato a doppio filo ai suoi affari esteri. La gip ha evidenziato come Moretti abbia trasferito all’estero significative risorse finanziarie, intensificando i viaggi in Kenya tra il 2025 e il 2026. Proprio in Africa, a Diani Beach, nel luglio 2025 ha inaugurato il Kinondo Poa Beach Resort, a dimostrazione di una “rete logistica consolidata fuori dai confini nazionali” utilizzabile per sottrarre capitali al fisco.
Il meccanismo, coordinato dal suo lussuoso studio di viale Parioli a Roma, si basava su un sofisticato circuito di somministrazione illecita di manodopera che ha coinvolto ben 2.478 lavoratori. Al centro c’erano quattro cooperative consorziate (Sviluppo Italia, Pmg multiservizi, Promo service e Global facility) che fungevano da “schermi giuridici” e “contenitori di debiti erariali”.
Le cooperative assumevano formalmente i lavoratori, ma di fatto li “affittavano” in pianta stabile ad aziende clienti (ristoranti cinesi, colossi della logistica, società di vigilanza e costruzioni). Le coop emettevano fatture per finte prestazioni di servizi. Le aziende clienti le pagavano, scaricando i costi e abbattendo le proprie tasse, ottenendo così manodopera a prezzi fuori mercato e alterando la concorrenza (il cosiddetto “dumping sociale”). Le cooperative, incassati i soldi, omettevano sistematicamente di versare Iva, ritenute e contributi previdenziali allo Stato, lasciando peraltro i lavoratori senza reali coperture Inps e Inail.
Per permettere alle coop di continuare a lavorare con le aziende clienti nascondendo i mancati pagamenti all’Inps, venivano creati Documenti Unici di Regolarità Contributiva (DURC) contraffatti, rubando i codici identificativi e i numeri di protocollo di altre aziende sane ed estranee alla vicenda. Quando l’esposizione debitoria verso l’erario diventava insostenibile, la cooperativa veniva svuotata e abbandonata al fallimento, mentre dipendenti e portafoglio clienti venivano trasferiti senza interruzioni in una nuova società appena aperta attraverso un sistema “apri e chiudi”. Nel frattempo, i flussi di denaro illecito venivano drenati sotto forma di finti rimborsi o pagamenti per false consulenze verso lo studio di Moretti.
Allo stato attuale, l’intero impianto accusatorio rimane circoscritto al perimetro delle ipotesi investigative e dovrà essere accertato nel corso del procedimento penale.
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