Chi scrive di scienza paga la tassa di chi pensa in un’altra lingua, l’IA può cambiare tutto

Per decenni la scienza italiana ha pagato un prezzo mai contabilizzato: non la qualità delle idee, ma la fatica di doverle argomentare in una lingua che non è la propria

Da quasi quarant’anni scrivo scienza in una lingua che non è la mia. Ogni articolo, ogni domanda di finanziamento, ogni risposta a un revisore, ogni lettera a un editor, nasce prima nella logica dell’italiano e viene poi tradotta, frase per frase, in un inglese che padroneggio bene ma che non abito come abito la mia lingua. Non è una lamentela sull’inglese come lingua comune della scienza: una lingua condivisa è, nel complesso, un bene, e non credo che la ricerca europea sarebbe servita meglio da un ritorno alle lingue nazionali. È un’osservazione più circoscritta, che pochissimi ricercatori non madrelingua inglese, in medicina, hanno mai detto con questa chiarezza: scrivere scienza in inglese non significa solo impiegarci più tempo. Cambia cosa si argomenta, con quanta forza, e talvolta se un’idea viene messa sul tavolo oppure no.

Non è un’impressione soggettiva. Un’indagine del 2023 su 908 scienziati ambientali in otto Paesi ha misurato uno svantaggio sistematico dei ricercatori non madrelingua inglese in ogni fase del lavoro scientifico — lettura, scrittura, pubblicazione, presentazione a conferenze, partecipazione al dibattito scientifico — con uno sforzo per preparare un articolo stimato più volte superiore rispetto a un madrelingua, e una probabilità molto più alta di vedersi respingere un lavoro per motivi puramente linguistici, o di rinunciare a parlare a una conferenza per l’ansia legata alla lingua.

Un’altra analisi, sempre del 2023, ha stimato in circa due settimane e mezzo l’anno il tempo aggiuntivo speso dai ricercatori non madrelingua solo per la scrittura — tempo sottratto alla ricerca vera e propria. Non sono attriti marginali. Sono una tassa strutturale sulla partecipazione della maggioranza degli scienziati del mondo — inclusa una parte consistente della stessa forza lavoro scientifica europea — alla lingua che decide se il loro lavoro viene letto oppure no.

Il dibattito su lingua e scienza si è concentrato quasi interamente su una sola direzione del problema: l’accesso alla lettura della letteratura scientifica. La traduzione automatica ha fatto progressi reali su questo fronte, e va riconosciuto. Ma questo approccio tratta i ricercatori non madrelingua come fruitori di scienza che hanno bisogno di aiuto per capirla, non come autori di scienza che hanno bisogno di essere capiti con la stessa forza quando sostengono una tesi. Sono due problemi diversi, e il secondo è il più costoso. Un ricercatore clinico che riesce a leggere un articolo tradotto ma non riesce a costruire, in inglese, in tempo reale, una controreplica altrettanto tagliente, una narrazione di progetto altrettanto persuasiva, o una risposta altrettanto sicura a un revisore scettico, non compete ad armi pari — indipendentemente da quanto sia solida la scienza sottostante.

L’intelligenza artificiale conversazionale cambia questa asimmetria in un modo che la sola traduzione automatica non aveva mai fatto. Usata bene, permette a un ricercatore di pensare e argomentare prima nella propria lingua — costruire la logica, pesare le prove, affilare l’obiezione — e produrre poi una versione inglese che porta la stessa forza argomentativa, non un’approssimazione appiattita. L’ho fatto io stesso: costruire in italiano la struttura di un ragionamento, e verificare che la versione inglese arrivasse con lo stesso taglio. La differenza rispetto al tradurre un paragrafo già scritto non è cosmetica: è la differenza tra esportare un pensiero e far esistere quel pensiero, senza indebolirlo, in entrambe le lingue fin dall’inizio.

Non è un problema italiano travestito da problema europeo, ma un problema europeo che parte proprio dall’Italia. Lo Spazio Europeo della Ricerca è costruito, per definizione, su ricercatori che hanno studiato e pensano in italiano, tedesco, polacco, greco o finlandese, in competizione per gli stessi fondi Horizon Europe, sulle stesse riviste, negli stessi comitati di valutazione, con ricercatori che hanno studiato e pensano in inglese. Un sistema di finanziamento e pubblicazione che premia, silenziosamente, la scioltezza nell’inglese argomentativo, oltre al merito scientifico, non è neutrale rispetto a quella platea — e la forza lavoro scientifica europea, Italia in testa, è in larghissima parte non madrelingua inglese. Se l’intelligenza artificiale conversazionale può ridurre questo scarto nella produzione dell’argomento scientifico, non solo nella sua fruizione, è uno strumento con una rilevanza diretta su quanto equamente il sistema della ricerca europea distribuisca attenzione e finanziamenti tra i suoi Paesi membri — non una comodità per il singolo autore.

Va detto con chiarezza: non è un invito ad abbassare l’asticella. Lo standard dell’argomentazione scientifica non deve ammorbidirsi perché l’inglese è, per qualcuno, la seconda, terza o quarta lingua. È piuttosto un invito a separare due cose che il sistema attuale confonde: la qualità di un’idea, e la scioltezza di chi la deve produrre in inglese, sotto pressione di tempo, davanti a un revisore che l’inglese lo ha respirato dalla nascita. L’intelligenza artificiale conversazionale non sostituisce il giudizio scientifico, e ogni affermazione, citazione e interpretazione in un articolo resta interamente responsabilità di chi firma. Quello che può fare è impedire che la scioltezza linguistica si sostituisca silenziosamente alla qualità scientifica, quando le due cose, di fatto, sono separabili.

Non credo sia un’esagerazione affermare che una parte non trascurabile delle idee che avrebbero dovuto orientare la medicina europea negli ultimi decenni non sia mai stata argomentata con la forza che meritava, semplicemente perché chi la sosteneva pensava in una lingua che il processo di revisione non era costruito per ascoltare. È un costo che il sistema della ricerca europea non ha mai provato a misurare, e che uno strumento oggi ampiamente disponibile può, per la prima volta, ridurre in modo concreto — non traducendo la scienza di chi non è madrelingua, ma permettendogli di argomentarla con tutta la sua forza.

* Direttore Scientifico, Fondazione Policlinico Universitario Gemelli IRCCS e Professore Ordinario di Medicina Interna, Università Cattolica del Sacro Cuore

Articoli correlati