
Le previsioni di Federchimica sono di un calo della produzione del 3%, che si aggiunge al – 13% del periodo 2021-2025. Il presidente Buzzella: «Reazioni Ue molto deboli, così si rinuncia alla sovranità industriale»
Per l’industria chimica la crisi di Hormuz e la concorrenza cinese presentano un conto salato: Federchimica conferma che anche quest’anno il valore della produzione sarà in calo, le previsioni per ora parlano di un – 3% che arriva dopo un arretramento del 13% nel periodo 2021-2025. Tanto più in assenza di azioni incisive in Europa.
Nel prossimo lustro, quasi la metà delle imprese chimiche in Italia, continua a prevedere un quadro di instabilità della produzione, legato alla complessità geopolitica e oltre un terzo, il 36%, prospetta persino un peggioramento. Solo il 15% si aspetta una maggiore stabilità dopo le attuali turbolenze. D’altro canto il prezzo del petrolio, sopra i 90 dollari al barile il Brent e sopra gli 85 il Wti, non apre spiragli.
Di fronte a questo contesto, per il presidente di Federchimica, Francesco Buzzella «le reazioni della Ue sono molto deboli, la proposta di revisione del sistema Ets non si è rivelata degna di nota, è cambiato poco o nulla e saranno necessarie importanti misure correttive». Intanto però le imprese devono continuare ad affrontare due forti criticità, emerse anche in un’instant survey tra le associate realizzata in luglio. Una riguarda il costo di energia e materie prime, l’altra la concorrenza cinese.
Per un’industria come la chimica «è un momento di bollette molte alte, non si vede uno sbocco che possa fare dire che nei prossimi mesi la situazione si stabilizzerà – prevede Buzzella -. Hormuz è stato riaperto, ma a singhiozzo, passano poche navi. Per il petrolio e le materie prime è strategico, pensiamo soltanto che buona parte dei prodotti derivati dalla raffinazione e il 30% dell’urea, una della componenti dei fertilizzanti, passano da lì. Senza Hormuz il sistema si riadatta, le rotte si riaggiustano, ma l’impatto è forte, soprattutto sui costi». La situazione geopolitica è molto complessa e nel momento in cui «l’Europa e l’Italia rinunciano alla sovranità industriale e si legano al tema Ets che allontana l’industria dall’Europa, diventano sempre più schiave di contingenze come Hormuz». Nella Ue, secondo Buzzella «c’è molta incoerenza, a slogan e annunci di sostegno all’industria corrispondono poi azioni che vanno a depauperarla, provocando la desertificazione industriale in tempi veloci. L’Italia è un paese che ha grandi bellezze e può sviluppare ancora di più il turismo, ma non dimentichiamo che ciò che sostiene lo stato sociale europeo è l’industria e l’industria chimica ha retribuzioni ben più alte della media».
Il costo dell’energia continua ad essere il principale fattore di penalizzazione della competitività delle imprese chimiche in Italia. Considerando il doppio uso delle fonti fossili, tra 2021 e 2024 l’incidenza dei costi energetici sul valore della produzione chimica è passata dal 14 al 18% e in assenza di uno stabile rientro delle quotazioni di gas e petrolio potrebbe raggiungere il 23%. I costi energetici, non si può trascurare che sono appesantiti dalle politiche climatiche europee, in primis il sistema Ets. Tra costi diretti e indiretti per le emissioni di CO2, la chimica versa ogni anno oltre 600 milioni di euro. E di qui al 2030 questo onere potrebbe arrivare a 1,5 miliardi di euro. In questo contesto diventa strategico per l’industria europea un serio ragionamento sulla sostenibilità del sistema Ets e la creazione di un vero mercato unico dell’energia.
In pochi anni, dal 2021 al 2025, in Europa c’è stata una riduzione degli investimenti del settore in nuova capacità del 90%. Il tema, però, non è soltanto il fatto che la chimica è il fattore abilitante del 95% dei prodotti della manifattura. «Parlare delle molecole soltanto come contenuto non rende giustizia alla chimica perché se fosse così basterebbe comprarla altrove – osserva Buzzella -. E invece no, la chimica è ciò che permette di fare il prodotto, dietro tutto il made in Italy c’è lo sviluppo e la scoperta di molecole che consentono di innovare. La manifattura europea è stata ai vertici dell’industria mondiale perché aveva un’industria chimica forte. I cinesi lo hanno intuito molto bene, tant’è che in Cina il primo settore sussidiato in assoluto dallo Stato è proprio la chimica e non l’intelligenza artificiale o i data center».
Tra 2005 e 2024 «le imprese cinesi hanno beneficiato di forme di sostegno pubblico tra 3 e 8 volte superiori a quelle dei Paesi Ocse e il settore chimico è quello che ha beneficiato maggiormente degli incentivi», ricorda Buzzella. E i risultati si sono visti perché in questi anni la Cina ha raggiunto una quota di mercato del 46%. Le tensioni con gli Stati Uniti e i dazi, hanno avuto l’effetto di far riversare in Europa grandi quantità di prodotti cinesi, con un disavanzo commerciale del Paese che ha superato gli 8 miliardi. «Un continente che vuole assicurarsi l’indipendenza non può fare a meno di una chimica forte – interpreta Buzzella -. Altrimenti non farà altro che importare CO2 e prodotti da altri continenti, senza proporre soluzioni tecnologiche avanzate per la manifattura. E tutto questo accade per la miopia di Bruxelles. Senza chimica non si fanno nemmeno i chip per i data center e senza sviluppare nuove molecole non arriverà mai l’innovazione cercata per avere prodotti più performanti. La chimica non è solo contenuta, la chimica permette la soluzione tecnologica e di disegnare un prodotto ad hoc attraverso la ricerca e lo sviluppo delle molecole. I cinesi hanno insediato una capacità produttiva enorme con consumi bassi, portando i loro prodotti nel resto del mondo. Non sarebbe stato comunque facile competere con la Cina, ma così, con tutti i vincoli ambientali e burocratici europei diventa davvero impossibile».
Nonostante un contesto complesso, il 28% delle imprese aumenterà, in modo moderato o significativo, gli investimenti in Italia nel corso dei prossimi 12 mesi. Il 38% prospetta una sostanziale stabilità degli investimenti, mentre un quarto delle imprese parla di riduzione. Che sarà significativa nel 9% dei casi. Una quota non particolarmente elevata considera prioritari, in questo momento, l’efficienza e l’autonomia energetica (22%), i prodotti e i mercati (19%) e la sostenibilità anche in ambito di economia circolare (12%), tenuto conto di quanto già fatto negli anni scorsi, dei vincoli di fattibilità tecnica e della ricettività del mercato.
L’industria chimica italiana ha archiviato il 2025 con un valore della produzione di 59,9 miliardi, di cui 40,1 di esportazioni. Nel 2026, dopo un primo semestre in cui, nel periodo gennaio aprile, il settore in Italia ha registrato una produzione in calo del 5,2%, per poi risalire per via della corsa agli acquisti da parte dei clienti, soprattutto per la preoccupazione di trovarsi di fronte alla scarsità di materie prime, il secondo semestre si preannuncia ancora in calo: Federchimica conferma la previsione di un arretramento della produzione del 3% nel 2026. Il lieve recupero previsto per il 2027 (+0,5%) – su cui resta un grande punto di domanda per via del contesto instabile -, non cancellerà il fatto che dal 2021 ad oggi il bilancio è negativo a due cifre: il valore della produzione è in calo del 13%, con maggiore sofferenza per la chimica di base.

