Si rincorrono le voci di cambiamento al vertice creativo dei due marchi. In passerella anche il glamour brutalista di Rick Owens, e Schiaparelli si rinnova puntando sul disegno
Da che erano momenti di passaggio epocali ma sporadici, occasioni di vero ricambio generazionale, le sliding doors sono diventate condizione permanente del sistema moda, e del modo tutto sommato sconsiderato con cui i marchi trattano i creativi: come pedine intercambiabili, o peggio ancora come macchine iperproduttive cui non è concesso tempo e la salvifica possibilità di sbagliare.
Le voci dell’uscita di Chemena Kamali da Chloé circolano da tempo. La si dice in direzione Saint-Laurent. È gossip modaiolo, e farsene condizionare sarebbe sciocco, ma la sfilata si può leggere, volendo, in entrambi i modi: è un addio con ricapitolazione almeno quanto è una audizione.
Ci sono tutti i tropi, e tutti i volti, della storia recente di Chloé, ma c’è anche una tensione erotica, e una vicinanza al corpo, che fanno guardare in quell’altra direzione. Come che sia, Chemena ha il dono di fare vestiti che alle donne piacciono, che donano, che si desiderano. La sua interpretazione di Chloé, nutrita da costanti e appassionate esplorazioni dell’archivio, pecca forse di zelo scolastico, ma ha riportato attenzione sul marchio. Tra bianchi vaporosi, crochet e outerwear da pesca, la prova è facile quanto ben lucidata; soddisfa mentre impone immediato rinnovamento o si cade nel vintage.
Anche Pierpaolo Piccioli, da Balenciaga, è dato in uscita. Il matrimonio tra la sua visione elevata e il marchio modellato per sempre, nell’immaginario collettivo, da Demna non ha funzionato fino ad ora. Questa stagione Piccioli parte dalla tecnica, radicando la propria ricerca nell’atelier, inteso come laboratorio di possibilità.
Per evidenziare il trattamento couture dei capi, pur nel contesto industriale del prêt-à-porter, si concentra sui pezzi di base, sugli archetipi irrinunciabili, dalla camicia bianca alla t-shirt ai pantaloni cargo. Il lavoro è egregio, le traslazioni grandiose, ma il risultato non ha nerbo e risulta indistinto, ciò che Balenciaga proprio non può essere.
Nulla di indistinto da Rick Owens, tra i pochi autori autenticamente puri al lavoro oggi. Però c’è un compiacimento nuovo nella maniera in cui questa stagione Owens lambisce territori più commerciali, di glamour meno sfidante – tutto è lungo e ci sono persino le scarpe ingioiellate – mantenendo senso cromatico e gusto per la materia, insieme rigida e preziosa, nel perimetro brutalista che lo contraddistingue. Fa vestiti insomma, ma alla sua maniera, dimostrando che raggiungere il pubblico finale in modo chiaro e riconoscibile è gesto artistico, se la spinta è onesta.
Uma Wang decostruisce, fluidifica, avvolge, omaggiando l’Armani dei primi anni Ottanta senza giocare alla citazione facile, ma carpendo lo spirito senza tempo di quella moda.
Daniel Roseberry, infine, cambia registro da Schiaparelli. L’attenzione, adesso, non è più sull’ornamento, ma sulla struttura, non sui surrealismi facili, ma sul disegno e ridisegno del corpo. È un passo avanti notevole, che convince, e che sembra l’audizione per la guida di una casa di moda che ha il corpo al centro, e che al momento non ha un leader. Illazione di certo surrettizia, autorizzata dallo stato attuale del sistema.

