Cinema, l’estate spinge il box office: +92% Ma senza film italiani

Ricavi estivi raddoppiati ma scende al 3% la quota del prodotto nazionale. Da inizio anno incassi saliti a 422,9 milioni. Per i film italiani +14%

Il cinema italiano arriva alla vigilia dell’83esima Mostra di Venezia (dal 2 al 12 settembre) con una sorpresa, suffragata dai numeri: il pubblico c’è. E quando trova un film capace di trasformarsi in evento, compra il biglietto. E almeno nel 2026 lo sta facendo molto più spesso.

Al 23 agosto il box office italiano ha raggiunto 422,9 milioni, con un balzo del 46% sia sul 2025 sia sul 2024. Le presenze sono salite a 55,3 milioni: il 36% in più rispetto a un anno fa. A crescere sono stati anche gli incassi dei film italiani, trainati da Buen Camino di Zalone: 94,5 milioni al box office (+14%), con 900mila spettatori in più fra un anno e l’altro, saliti a quota 12,9 milioni.

Ma è soprattutto l’estate a consegnare la vera sorpresa: tra l’1 giugno e il 23 agosto gli incassi sono saliti a 149,5 milioni: + 92% rispetto al 2025 e +49% sul 2024. Numeri che sembrano allontanare quindi, almeno per ora, la profezia di una sala condannata dall’avanzata dello streaming. Ma non autorizzano trionfalismi. Perché la ripresa è forte e insieme sbilanciata: vive di grandi titoli, di picchi, di appuntamenti riconoscibili. Il cinema non è morto. ma è diventato molto più selettivo.

Lo dimostra la classifica degli incassi. “Odissea” la guida nel 2026 con 52,1 milioni, davanti a “Buen Camino” che, comunque, nel ciclo del Biglietto d’Oro (dall’1 novembre al 31 ottobre) primeggia a 76,6 milioni e nel solo 2026 ha superato quota 40 milioni. Poi “Spiderman” a 34,9 milioni, “Il Diavolo veste Prada 2” a 32,2 e Michael a 25,8 milioni. La fotografia è quindi più quella di un mercato nel quale il film-evento continua a spostare masse di spettatori, mentre la fascia media fatica a reggere il passo. Nel primo trimestre sono bastati sette film per produrre metà degli incassi.

In questo quadro è proprio l’estate da record a mettere a nudo quella che forse è la contraddizione più vistosa del prodotto italiano. Tra l’1 giugno e il 23 agosto, mentre il mercato saliva a 149,5 milioni di incassi e 19,2 milioni di presenze, i film italiani hanno raccolto appena 4,5 milioni: il 3% del totale, contro il 7% del 2025 e il 7,5% del 2024. Il titolo nazionale più visto del periodo, “Le Città di Pianura”, si è fermato a 478mila euro.

Per il cinema italiano che sa conquistare festival, dibattito culturale e attenzione internazionale (è di ieri la notizia che Martin Scorsese ha accolto la proposta del Ministro della Cultura, Alessandro Giuli, d’intesa con i soci fondatori della Fondazione e con il Presidente Silvia Calandrelli di assumere la Presidenza Onoraria dell’Accademia del Cinema Italiano – Premi David di Donatello), questa vitalità va declinata anche in un’offerta industriale continua, capace di presidiare il calendario dodici mesi l’anno. Altrimenti c’è il rischio che il pubblico, lasciato ai blockbuster americani e britannici per intere settimane, finisca per associare l’estate solo a Hollywood.

Le campagne sul prezzo aiutano. Cinema Revolution e Cinema in Festa abbassano la barriera del costo e sostengono i mesi più deboli. Ma lo sconto non è di per sé una politica industriale sufficiente. Può convincere a entrare una volta, non a tornare se il film non c’è o se la sala non offre qualcosa che il divano non può replicare.

Nel frattempo, proprio prima della pausa agostana, sul fronte delle risorse pubbliche e delle regole sono arrivate una notizia buona e un’altra meno buona. Quella buona: dopo mesi di allarme della filiera, il Fondo per il cinema e l’audiovisivo è stato rimpinguato con 200 milioni: 50 milioni in più nel 2026, con la dotazione che sale da 610 a 660 milioni, e altri 150 milioni nel 2027, da 500 a 650 milioni. Dal 2028 il finanziamento annuale resta fissato a 500 milioni. Anica e Apa hanno accolto con favore quello che hanno definito «un intervento importante e tempestivo».

Ma il denaro è soltanto metà della partita. L’altra è la riforma della legge sul cinema, attesa ora alla Camera dal 9 settembre (con slittamento rispetto alle previsioni), mentre Venezia sarà in pieno svolgimento. Il testo mette mano al sistema degli aiuti, prevede la nascita dell’Agenzia per il cinema e l’audiovisivo (che occorrerà verificare quanto, effettivamente, autonoma), il riordino degli incentivi e la revisione delle tutele dei lavoratori.

Tutto questo mentre la ripresa del botteghino c’è. E se ne dovrà tenere conto in termini di politica industriale. Se il 2026 sta mostrando che la domanda esiste – con l’estate che ne offre la prova più tangibile – il problema si sposta progressivamente dalla sopravvivenza della sala alla capacità dell’industria di alimentarla con continuità.

Così Venezia si trova davanti a un settore meno malato di quanto si temesse, ma ancora lontano dall’essere guarito. Il pubblico, come detto, ha ricominciato a comprare biglietti, perfino d’estate, ma la vera sfida non è più convincerlo che il cinema merita di vivere. È dargli abbastanza ragioni per tornarci senza aspettare ogni volta Zalone, il nuovo franchise o il prossimo miracolo al botteghino. E per il cinema italiano c’è la sfida di non lasciare ad altri mesi come quelli estivi, in cui gli spettatori hanno dimostrato di esserci.

Articoli correlati