
Aveva 35 anni, era stata testimone di giustizia. Don Ciotti: «Una vita tra coraggio e sofferenza». Nel 2009 il padre fece uccidere nel milanese la donna che aveva denunciato i suoi reati collegati alla ’ndrangheta
Quando nell’ottobre di tredici anni fa migliaia di persone parteciparono ai funerali della madre, da dietro una finestra Denise rese onore al «coraggio di Lea di ribellarsi alla cultura della mafia. Ha avuto la forza di non piegarsi alla rassegnazione e all’indifferenza», scandì da dietro una finestra che doveva proteggere la sua identità e la sua giovane età. Oggi- dopo anni di fragilità, dolori e di una ferita mai davvero sanata – quella forza è venuta meno proprio a lei. E da un’altra finestra Denise Garofalo ha posto termine alla sua vita, a 35 anni, dopo quattro giorni di agonia. Come un’altra giovanissima della storia dell’Antimafia, la “picciridda” di Paolo Borsellino, la testimone di giustizia Rita Atria.
Denise non ha retto alla lacerazione dell’omicidio della madre, uccisa e fatta a pezzi il 24 novembre 2009 per volere del padre, Carlo Cosco, dopo la scelta di Lea di denunciare gli affari malavitosi dell’ex compagno. Ma la ’ndrangheta – anche a chilometri di distanza dalla Calabria – punisce questi tradimenti con la morte. Lea entrò nel programma di protezione dei testimoni di giustizia nel 2002, dopo aver raccontato in particolare dei traffici di droga di piazza Baiamonti, di un omicidio e della trame dei clan crotonesi a Milano, dove Lea vive con Cosco nel popolare quartiere di Quarto Oggiaro. Accompagnata nel difficile percorso dall’associazione Libera, Lea vive sotto falso nome, altrove, scortata. “Lo faccio per mia figlia”, mise a verbale. E proprio facendo leva sull’amore per Denise, l’ex compagno la convincerà ad incontrarsi ancora, anni dopo, dopo un primo tentativo di ucciderla a Campobasso, dove stava vivendo.
Come tante altre donne che hanno provato a liberarsi dal giogo della ’ndrangheta, anche Lea ha dovuto fare i conti con tutte [...]
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