Come funzionano le preferenze targate Meloni. Resta il rischio nessun vincitore

La premier porta a casa l’emendamento sulle preferenze: «Mancavano dal ’93». Ma restano i capilista bloccati.

«Le preferenze, nel voto per il Parlamento, mancavano dal 1993, cioè da quasi 35 anni. Oggi tornano perché il centrodestra ha scelto di reintrodurle, su proposta di Fratelli d’Italia». E ancora: «Alla sinistra, che oggi sostiene che non basta, devo ricordare che non è credibile, su questo tema, chi non le ha mai volute in questi 35 anni e ha votato per bocciarle anche un mese fa. Quindi la differenza non è tra chi vuole più preferenze e chi ne vuole meno. È tra chi le ha rimesse nella legge e chi no».

Alla fine la premier Giorgia Meloni decide di metterci la faccia e prova a indirizzare la narrazione della maggioranza sulla “sua” riforma elettorale. Anche se le preferenze targate centrodestra – bocciate a luglio dalla Camera all’ombra del voto segreto e approvate ieri dal Senato con 91 sì, 67 no e 2 astenuti – sono preferenze con i capilista bloccati, quindi valide solo dal secondo in lista in giù (l’elettore potrà dare tre preferenze segnando le crocette accanto ai nomi e l’alternanza di genere varrà solo a partire dal secondo in lista). Una soluzione che alla fine soddisfa Lega e Forza Italia, da sempre contrarie alle preferenze: i partiti medio-piccoli, infatti, eleggeranno quasi solo i capilista bloccati che saranno scelti dai leader (secondo una simulazione di YouTrend per una lista che si attesta attorno al 10% dei voti la quota di eletti con preferenze è marginale, attorno al 5%). A combattere per le preferenze alla fine saranno soprattutto i candidati partiti grandi, ossia Fratelli d’Italia e Pd. Nel complesso gli eletti dei partiti con le preferenze, tenendo conto anche della possibilità di pluricandidature, si dovrebbe attestare su un terzo.

Il risultato politico per Meloni c’è comunque tutto, ed è quello di aver ricompattato la maggioranza su un emendamento cruciale. Per il resto va come deve deve andare: la trappola congegnata dal Pd con la presentazione di un subemendamento per l’introduzione delle preferenze libere per tutti, dopo aver messo per ore in difficoltà i senatori di Fratelli d’Italia da sempre favorevoli, non scatta perché non può scattare. Pena l’affossamento di tutta la riforma elettorale e una conseguente crisi di governo.

Così l’esecutivo si rimette all’Aula per evitare il no plateale alle preferenze ”vere” e l’onere di prendersi la responsabilità di tenere fede all’accordo di maggioranza sulle preferenze con capilista bloccati viene lasciato ai partiti, ossia al partito della premier: «I senatori del centrodestra voteranno in modo compatto a favore dell’emendamento 1.6 a prima firma Lisei (Fdi) sulle preferenze con i capilista bloccati e diranno no alla proposta di modifica 1,6/1 presentata dalle opposizioni che sopprime il capolista bloccato e inserisce due voti di preferenza». Da qui le accuse, scontate, delle opposizioni («Meloni perde la faccia e dice no alle preferenze vere, cioè per tutti, ripiegando sulle preferenze finte», dice per tutti il senatore dem Dario Parrini), con la conseguente risposta della premier.

Ma se l’esito appariva scontato fin dall’inizio, perché Fratelli d’Italia ha fatto filtrare per ore l’intenzione di votare in favore del submendamento del Pd provocando l’alzata di scudi di azzurri e leghisti? Nei corridoi di Palazzo Madama sono proprio azzurri e leghisti a dare una possibile spiegazione: in cambio della apparente retromarcia i “fratelli” hanno ottenuto il via libera di Forza Italia alla cancellazione della norma cosiddetta anticespugli. Di fatto un via libera alle cosiddette “liste civetta” a cui si sta pensando in casa meloniana sia in funzione anti Vannacci (tipo Futuro italiano o Futuro della Nazione) sia in funzione acchiappa-voti a tutto campo: tutte le liste, anche quelle sotto la soglia di sbarramento del 3%, porteranno voti che andranno a rimpinguare quelli della coalizione ai fini del premio.

L’esperto di sistemi elettori Peppino Calderisi cita il caso del 2006, quando si votò per la prima volta con il Porcellum: «In coalizione con Prodi c’erano anche le liste Liga Fronte Veneto e Alleanza Lombarda Autonomia, con Berlusconi anche liste No Euro, Fiamma tricolore e SOS Italia… Entrambe le coalizioni ospitavano poi liste di pensionati, con quella di Fatuzzo che all’ultimo momento passò dal centrodestra al centrosinistra rivelandosi decisiva».

Preferenze a parte, con l’uscita di scena del ballottaggio per l’opposizione della Lega, il sistema del Melonellum resta a turno: proporzionale con soglia di sbarramento al 3% e premio di maggioranza in quota fissa di 70 deputati e 35 senatori fino al tetto di 220 seggi alla Camera e 113 al Senato (tra il 55 e il 57%) per la coalizione che maggiormente supera il 42% dei voti. In più, l’obbligo di indicare il candidato premier della coalizione al momento della presentazione delle liste, obbligo che sta già dividendo il campo largo e che costringerà Elly Schlein e Giuseppe Conte alle primarie.

Avanti con la corsa verso il 42%, dunque, puntando sul voto utile. Anche se già da alcune settimane il centrodestra sconta l’effetto Vannacci (che veleggia nei sondaggi verso l’8), restando fermo poco sotto la fatidica soglia. Di certo i dubbi a Palazzo Chigi ci sono e oscillano tra il timore di consegnare la vittoria al centrosinistra su un piatto d’argento e il timore che alla fine nessuno raggiunga la soglia e si torni proprio a quella “palude” proporzionale della Prima Repubblica che si vuole evitare.

Uno scenario, quello del nessun vincitore, concretizzatosi per la prima volta nelle scorse ore con l’ultima rilevazione fatta da Antonio Noto e compulsata con apprensione anche a sinistra: le due coalizioni risultano appaiate, entrambe al 41,5%. Ma l’alternativa di tornare al voto con il Rosatellum a Via della Scrofa non è neanche presa in considerazione: con Futuro nazionale verso la doppia cifra il centrodestra perderebbe quasi tutti i collegi uninominali, ribaltando il risultato del 2022. Avanti tutta col Melonellum, dunque: il via libera del Senato è previsto per il 15 settembre e il 28 la riforma sarà già alla Camera la terza e rapida ultima lettura. Meloni vuole chiudere in fretta il sipario sul sistema di voto, prima che inizi la sessione di bilancio.

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