
Il settore si sta consolidando: tra il 2019 e il 2025 i dipendenti sono cresciuti del 12,1%, mentre gli indipendenti sono 135mila in meno
Tra gli effetti collaterali della crisi demografica dell’Italia ce ne è uno che si può notare girando per i piccoli comuni della Penisola: l’avanzata della desertificazione commerciale. Tra i centri sotto i 5mila abitanti in un caso su cinque è impossibile trovare un negozio di alimentari, in due su cinque impossibile imbattersi in una tabaccheria.
È uno degli aspetti che emerge dall’analisi dell’Osservatorio Confesercenti che per il 2026 stima un’ulteriore arretramento: a fine anno, stima l’associazione, si iscriveranno ai registri camerali 23.934 nuove attività del dettaglio, quasi la metà rispetto alle 43.324 del 2014 (-44,8%) e il 5,7% in meno sul 2025. A fronte delle nuove aperture, si stimano 42.849 cessazioni non d’ufficio. Il saldo fra iscrizioni e chiusure resta negativo per 18.915 imprese, in peggioramento rispetto alle 17.874 del 2025. Nel dettaglio si contano quasi 1,8 chiusure per ogni apertura. Di conseguenza lo stock si assottiglia: le imprese attive del commercio al dettaglio erano 733.703 a giugno 2025, a maggio 2026 sono scese a 702.938: oltre 30mila in meno in undici mesi.
«Il commercio – commenta Nico Gronchi, presidente nazionale di Confesercenti – è stato a lungo la porta d’ingresso nell’imprenditoria: l’attività con cui intere generazioni hanno cominciato a mettersi in proprio, costruendo un pezzo del benessere del Paese. Oggi quella porta si sta chiudendo: avviare un’impresa è sempre più difficile, e senza nuovi ingressi il tessuto commerciale non si rinnova e si assottiglia. E i territori si impoveriscono: meno servizi commerciali, meno lavoro, meno ricchezza generata e quindi anche meno risorse fiscali per le amministrazioni locali».
La frenata delle aperture riguarda quasi tutto il Paese perché le nuove iscrizioni sono previste in calo in sedici regioni su venti. Le flessioni più marcate si registrerebbero in Liguria (-8,3%) e Calabria (-8,1%) ma a pesare di più sul saldo nazionale sono le grandi regioni: la Lombardia, primo mercato del Paese, perderebbe 269 nuove imprese (-7%), il Lazio 155 (-7,1%), la Puglia 142 (-6,2%), la Sicilia 151. Insieme, le prime quattro regioni per iscrizioni — Campania, Lombardia, Puglia e Lazio — concentrano da sole quasi la metà delle aperture italiane, e arretrano tutte. Le chiusure, invece, si muovono poco: -0,9% su base nazionale. Ma nelle regioni più piccole il rapporto fra cessazioni e nuove aperture tocca i valori più alti: 2,7 chiusure per ogni apertura in Valle d’Aosta, 2,5 in Molise, 2,2 in Liguria.
Quanto ai settori, il calo si concentra nel commercio al dettaglio non specializzato che passa da 7.197 a 4.523 nuove iscrizioni (-37,2%): 2.674 in meno, quasi il doppio della flessione nazionale complessiva, che si ferma a 1.442. Arretra anche il dettaglio di autoveicoli, motocicli e relative parti (-9,8%, 291 iscrizioni in meno), mentre alimentari, bevande e tabacchi restano sostanzialmente fermi (-1,4%).
I dati sugli addetti fanno capire che quello in corso da tempo è un consolidamento del settore: tra il 2019 e il 2025 i dipendenti sono cresciuti del 12,1%, mentre gli indipendenti (imprenditori, collaboratori, altre partite Iva) sono 135mila in meno (-16,6%). A restringere l’accesso concorrono l’aumento dei costi – affitti e energia in primo luogo -, consumi delle famiglie al palo, il credito asfittico e la concorrenza dell’online, dove le grandi piattaforme la fanno da padrone, sostenute anche dallo squilibrio fiscale tra i due canali: una delocalizzazione delle vendite che, secondo una prima stima dell’Ufficio studi Confesercenti, sottrae ogni anno all’economia italiana circa 6 miliardi di euro.
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