
Una piattaforma aperta in cui artisti, designer, architetti, curatori, scrittori e studiosi possano incontrarsi. Silvia Fiorucci spiega la sua comunità fondata sull’ospitalità.
Inaugura oggi alla Società delle Api, la Fondazione creata dall’imprenditrice e collezionista romana Silvia Fiorucci per sostenere la ricerca artistica contemporanea, la mostra “I fiori del male”, progetto dedicato al lavoro di Chiara Camoni, a cura di Alice Motard. Seconda esposizione organizzata negli spazi romani dopo l’apertura al pubblico lo scorso febbraio, la mostra prende avvio da un nucleo significativo di opere della collezione di Silvia Fiorucci, che segue il lavoro dell’artista fin dagli esordi, concentrandosi su uno degli elementi ricorrenti nella pratica di Camoni – il fiore, insieme motivo e materia – per interrogarne la natura meno pacificata.
«Libera, fuori dagli schemi, indipendente, ma anche fragile»: è così che si descrive Silvia. Inizia la sua carriera professionale nell’azienda di famiglia, prima come ambassador negli Stati Uniti, poi come responsabile degli asset finanziari, incarico che ricopre ancora oggi. Per oltre vent’anni si è dedicata all’equitazione agonistica, gareggiando in numerose competizioni internazionali e conquistando il titolo di campionessa italiana di dressage. A un certo punto della sua vita ha lasciato l’equitazione per dedicarsi interamente all’arte e al design. Diventa così una collezionista generosa e attenta: Cavaliere per la Cultura del Principato di Monaco, da oltre dieci anni è patron del Nouveau Musée National de Monaco e sostiene istituzioni come il Castello di Rivoli di Torino, il Museo Madre di Napoli, la Triennale di Milano e la Serpentine di Londra. Madre di due figli e oggi nonna di cinque nipoti, Silvia è una donna curiosa e intuitiva, che accoglie le persone con entusiasmo sincero: ama vivere circondata dagli artisti, favorire gli incontri e costruire relazioni autentiche, convinta che il confronto sia sempre una fonte di crescita.
COME E QUANDO HAI INIZIATO A COLLEZIONARE?
Ho iniziato da bambina. Il collezionismo è prima di tutto una forma mentale, quasi un’attitudine naturale, come un’ossessione. Da piccola collezionavo di tutto: bambole, oggetti, persino posate e borse. Mi è sempre piaciuta l’idea di ricercare, custodire e creare relazioni tra le cose. Sono cresciuta in una famiglia in cui l’arte faceva parte della vita quotidiana. Mio padre, imprenditore e appassionato collezionista di arte classica e antiquariato, ha trasmesso a me e alle mie sorelle il piacere di vivere circondati dalle opere. Quando ho avuto una casa tutta mia, ho sentito il desiderio di costruire uno spazio che rispecchiasse il mio tempo e il mio sguardo. L’avvicinamento all’arte contemporanea è stato un’evoluzione spontanea, arricchito anche dall’interesse per il design, come parte della mia vita e del mio modo di abitare gli spazi.
QUAL È STATA LA TUA PRIMA ACQUISIZIONE? E LA PIÙ RECENTE?
Una delle prime acquisizioni che ricordo è una piccola opera di Enrico David. È uno dei primi artisti contemporanei che ho conosciuto, insieme ad altri come Sissi, Karla Black, Tom Burr, Nina Canell e Valentina Cameranesi. Quel lavoro ha segnato il mio ingresso nel collezionismo contemporaneo e ancora oggi gli sono molto affezionata. L’acquisizione più recente è invece un’opera di Francis Offman, avvenuta in occasione della mostra inaugurale della Società delle Api. Mi interessa il modo in cui Offman lavora con materiali carichi di memoria, trasformandoli in opere che parlano di storia e identità.
COME SCEGLI LE OPERE PER LA TUA COLLEZIONE? TI AFFIDI A GALLERISTI O CURATORI?
Mia sorella Nicoletta mi ha introdotto al collezionismo e mi ha avvicinato all’arte contemporanea. Ricordo quando, insieme a lei, ho acquistato la mia prima opera di Etel Adnan, dopo aver visitato la Biennale di Sharjah nel 1993. Negli anni ho avuto la fortuna di confrontarmi con figure che hanno arricchito il mio percorso come Chiara Vecchiarelli e Marie-Claude Beaud, che mi ha poi presentato Cristiano Raimondi con cui ho condiviso un lungo percorso di dialogo e crescita. Oggi non mi affido a un unico curatore, ma dialogo costantemente con una rete di professionisti, tra cui Chiara Costa, Eva Fabbris, Annalisa Rosso, Andrea Viliani e Francesco Manacorda, che sono una parte dell’Advisory Board di Società delle Api. Coltivo anche rapporti diretti con artisti e gallerie: per me il confronto continuo è fondamentale. Vivo il collezionismo come una pratica attiva, un modo per convivere con l’arte, condividere idee e progetti con gli artisti e trasformare queste relazioni in occasioni di ricerca e produzione. Mi interessa creare le condizioni perché possano sperimentare, sostenere la realizzazione delle opere e immaginare nuovi contesti in cui il loro lavoro possa svilupparsi. Per questo costruisco relazioni durature con gli artisti che colleziono: seguendone la ricerca nel tempo, oltre il singolo acquisto, che è solo uno dei possibili esiti di questo percorso. Questa visione si riflette anche nel mio rapporto con il design. 5Rooms a Grasse e 4Rooms a Kastellorizo, concepiti insieme ad Annalisa Rosso, ne sono un esempio: abbiamo invitato giovani studi di design a sviluppare interventi site-specific in luoghi oggi dedicati alle residenze di Società delle Api.
TRE ARTISTI EMERGENTI DA TENERE D’OCCHIO E TRE ARTISTI TRASCURATI DA RISCOPRIRE.
Tra gli artisti emergenti che seguo con particolare interesse c’è Yu Nishimura, per la delicatezza della sua pittura e il suo sguardo sul quotidiano. Citerei anche Rodrigo Hernández, capace di costruire un immaginario sospeso tra mito, memoria e magia; Sofia Stevi, per l’originalità della sua ricerca e del suo linguaggio visivo. Tra le figure che credo meritino di essere riscoperte sceglierei Giuseppe Cavalli, per la qualità e la coerenza della sua ricerca; Mathieu Matégot, per il suo approccio pionieristico al design, capace di dare nuova vita a materiali recuperati trasformandoli in oggetti di grande eleganza, e Laura Grisi, per la sua ricerca innovativa e anticipatrice.
PUOI RACCONTARCI COME È NATA LA SOCIETÀ DELLE API E QUAL È LA SUA MISSIONE?
La Società delle Api nasce nel 2018 dal desiderio di costruire una comunità fondata sull’ospitalità, sul dialogo e sulla condivisione della conoscenza. Fin dall’inizio ho immaginato il progetto non come un’istituzione tradizionale, ma come una piattaforma aperta in cui artisti, designer, architetti, curatori, scrittori e studiosi possano incontrarsi, sviluppare ricerche e dare vita a collaborazioni che nascono dal confronto e dal tempo condiviso. Il nome stesso richiama l’idea di una comunità operosa, in cui ogni persona contribuisce alla crescita di un ecosistema comune.
LA NUOVA SEDE DI ROMA INAUGURA UNA FASE IMPORTANTE DEL PROGETTO. QUALI OBIETTIVI SI PONE CON IL PROGRAMMA DI MOSTRE, RESIDENZE E ATTIVITÀ PUBBLICHE?
Roma è la città in cui sono nata e mi sembrava il luogo ideale per rendere più aperto e accessibile un progetto che, negli anni, si è sviluppato attraverso una rete di residenze e spazi internazionali, da Kastellorizo a Grasse e a Venezia. Lo spazio romano nasce con lo stesso spirito: una casa aperta per artisti, curatori, studiosi e pubblico. Le mostre rappresentano solo una parte di un progetto più ampio. Il Public Program – workshop, performance, conversazioni e attività editoriali – insieme alle residenze dà forma a una visione che mira a creare le condizioni affinché la ricerca artistica possa svilupparsi attraverso relazioni autentiche e nuove forme di scambio tra discipline, persone e luoghi, rendendo questo spazio un luogo vivo, dove l’incontro con l’arte assume una dimensione diretta e intima.
PUOI SUGGERIRCI I TUOI INDIRIZZI PREFERITI A ROMA?
Tra i musei la Galleria Borghese e il MACRO, dove è in corso una mostra di Miriam Cahn con alcune opere della mia collezione, a cui sono molto affezionata. Seguo con interesse la programmazione del MAXXI, di Villa Medici, dell’Istituto Svizzero, dell’American Academy in Rome e della Bibliotheca Hertziana, istituzioni con cui collaboriamo. Tra gli hotel Palazzo Talìa e Six Senses Rome. NiNo è un punto di riferimento se si parla di ristoranti. Per il gelato scelgo Giolitti, mentre per i cioccolatini Moriondo & Gariglio. Tra i negozi consiglio Ecriteau, con la sua raffinata selezione di oggetti, l’Atelier Bomba e Patrizia Fabri, per abiti e cappelli dal carattere inconfondibile. Infine, Ciuri: a casa mia i fiori non mancano mai e mi affido sempre a Ivana, la proprietaria.
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