Cuore a rischio se si va a letto a orari diversi: bastano 29 minuti per fare la differenza

Dormire otto ore per notte potrebbe non essere sufficiente. Perché, oltre alla quantità e alla qualità del riposo, c’è un terzo elemento da non sottovalutare: la regolarità

Il sonno può essere un toccasana, ma anche un fattore di rischio per le malattie cardiovascolari e il metabolismo (diabete e obesità su tutti). Ma a contare non è solo quanto dormiamo, l’architettura e l’igiene del sonno. Fondamentale è anche l’ora alla quale spegniamo la luce ogni sera. Uno studio su oltre un milione di notti, in programma a giorni al congresso dell’American Heart Association, ha trovato una correlazione tra l’andare a letto ogni sera ad orari diversi e un maggior rischio di infarto, ictus e scompenso cardiaco.

Dormire otto ore per notte potrebbe dunque non essere sufficiente a proteggere il cuore. Perché, oltre alla quantità e alla qualità del riposo, c’è un terzo elemento da non sottovalutare: la regolarità con la quale ogni sera chiudiamo gli occhi per abbandonarci nelle braccia di Morfeo. Andare a letto ogni sera a un’ora diversa, concedersi lunghe dormite nel weekend, nell’illusione di recuperare il sonno perduto durante la settimana o alternare notti di sonno breve ad altre lunghissime potrebbe avere conseguenze sulla salute cardiovascolare. E tra l’altro, anche variazioni apparentemente insignificanti possono fare la differenza: ogni incremento di 29 minuti nell’irregolarità della durata del sonno si traduce in un aumento del 24% del rischio di eventi cardiovascolari.

A suggerirlo è uno studio condotto da ricercatori del Boston Children’s Hospital e della Harvard Medical School, che sarà presentato alle Scientific Sessions 2026 dell’American Heart Association, in programma a Chicago dal 7 al 9 novembre.

I ricercatori americani hanno passato al setaccio oltre un milione di notti di sonno di 10.362 adulti, 53 anni di età media, monitorati attraverso dispositivi indossabili, nell’ambito del Programma di Ricerca “All of Us” dei National Institutes of Health statunitensi. Per circa sei mesi sono state analizzate non solo le ore passate a dormire, ma anche gli orari di addormentamento e risveglio (la regolarità del sonno), la qualità del riposo (cioè quanta parte della notte veniva trascorsa in sonno REM, leggero o profondo e quanto a lungo una persona restava sveglia dopo un primo addormentamento), il numero dei cicli del sonno che venivano completati ogni notte e la durata di ogni ciclo. I partecipanti, al momento basale in buona salute e senza malattie cardiovascolari o metaboliche, sono stati seguiti per una mediana di 3,7 anni.

I risultati di questa ricerca dovrebbero far scattare [...]

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