«Cuore, per la proteggerlo servono screening come si fa per i tumori»

Semplici test già a scuola e stretto monitoraggio dei fattori di rischio dal colesterolo all’alimentazione all’inquinamento: da Giuseppe Patti, presidente eletto della Società italiana di Cardiologia, la ricetta per una prevenzione davvero efficace

«Ben un italiano su sei ha malattie cardiovascolari, tanto che nel Paese ogni anno si registrano 150mila infarti, mentre nel complesso un terzo delle morti sono attribuibili a cause cardiovascolari. Parliamo del doppio dei decessi per problemi oncologici, anche se la percezione dell’impatto epidemiologico, sanitario ed economico dovuto alle patologie del cuore è nettamente minore e questo spiega perché le persone sono meno stimolate a fare prevenzione primaria e a seguire le cure. Perciò andrebbero previsti screening sistematici, esattamente come si fa per l’oncologia dove i test a tappeto salvano milioni di vite». Giuseppe Patti, presidente eletto della Società italiana di Cardiologia (Sic) di cui prenderà il timone nel 2029, è impegnato a tutto campo nel tradurre, a cominciare dalle scuole, l’approccio preventivo nel territorio della “sua” Novara. Calabrese d’origine, oggi è infatti ordinario di Malattie dell’apparato cardiovascolare presso il Dipartimento di Medicina traslazionale e direttore della Cardiologia e del Dipartimento toraco-cardiovascolare dell’Azienda ospedaliero-universitaria “Maggiore della Carità” di Novara.

Quali indicazioni dare e a partire da quali età?

I fattori di rischio che se presenti aumentano la probabilità di avere un infarto miocardico o un ictus sono noti ma non sempre li teniamo presenti. Ben la metà di queste patologie sono spiegabili con i classici cinque fattori di rischio più importanti e conosciuti: obesità, fumo, ipertensione arteriosa, colesterolo alto e diabete mellito. Agire su queste voci significa impattare in modo positivo su tutti gli eventi cardiovascolari. L’altra metà è formata dai cosiddetti fattori di rischio legati agli stili di vita: a esempio fare poca attività fisica mentre le raccomandazioni dicono che lo standard sarebbero 20-30 minuti al giorno di attività fisica moderata per almeno 5 giorni la settimana. Poi, le abitudini dietetiche sono importanti, con la dieta mediterranea che grazie al contenuto equilibrato di grassi, zuccheri, frutta e verdura “protegge”, tanto che almeno 200 grammi di frutta o verdura sono raccomandati ogni giorno insieme ai 30 grammi di frutta secca che ha un ruolo “protettivo”. E ancora, ci sono altri fattori di rischio non tradizionali decisamente sottostimati, come il consumo di alcol che è una piaga della società: va ricordato che è accettabile al massimo un bicchiere di vino a pasto per gli uomini e uno al giorno per le donne.

Tutto questo a partire da quale età?

Non c’è un’età in cui “iniziare”: la prevenzione cardiovascolare è un continuum che parte dai primi mille giorni di vita. Comincia già in gravidanza e infatti la futura madre previene le malattie cardiovascolari del bambino nel momento in cui contrasta il diabete gestazionale o l’ipertensione. Altro grande problema è la diffusione dell’obesità giovanile e non a caso sta crescendo la consapevolezza del ruolo negativo del sovrappeso già a partire dall’età pediatrica. Un tema che le società scientifiche dovrebbero avere come obiettivo prioritario su cui lavorare fin dalla scuola.

Quanto “pesano” i singoli fattori di rischio?

Per il 50% a impattare sono quelli tradizionali mentre si arriva al 90% se sommiamo scarsa attività fisica, scarse abitudini alimentari ed eccessivo consumo di alcol. Il restante 10-15% è rappresentato dai cosiddetti “nuovi fattori di rischio”, spesso non considerati ma che sono importantissimi, come l’inquinamento ambientale, quello chimico e da microplastiche, quello luminoso notturno e quello acustico. Ma hanno un impatto nocivo sul nostro cuore anche le malattie infiammatorie. E la deprivazione di sonno: dormire in media meno di 6 ore a notte aumenta il rischio cardiovascolare, insieme alle difficoltà socioeconomiche, lo stress e l’isolamento sociale.

Dal quadro che ci presenta, una prevenzione sistematica ridurrebbe nettamente casi e decessi…

Esattamente. E’ soprattutto una questione di mentalità, un fatto culturale. La metà dei soggetti adulti ipertesi non sa di esserlo ed è per questo che serve controllarsi. Per fare un altro esempio, si sottostima il “colesterolo”: non soltanto è pericoloso avere l’“Ldl” alto, ma incide anche il tempo di esposizione a questo colesterolo “cattivo”. Uno studio europeo uscito sul New England Journal of Medicine e presentato a Monaco poche settimane fa ha dimostrato che una persona su 13 al di sotto dei 30 anni ha placche aterosclerotiche a livello delle arterie, sia coronariche che periferiche: è importante anticipare la prevenzione nelle età più precoci.

Quanto conta la predisposizione genetica?

Il concetto è che se un individuo è predisposto geneticamente alle malattie del cuore, dev’essere ancora più rigoroso nel controllo dei fattori di rischio tradizionali. Sarebbe molto utile fare semplici screening in età scolare, anche tra i ragazzi delle “superiori” e comunque entro i 18 anni: parliamo di un’analisi del sangue, di un elettrocardiogramma e della misurazione della pressione. Test che abbiamo già condotto più volte nelle scuole a Novara, per stimare il rischio genetico che è ovviamente immodificabile.

Passiamo ora alla prevenzione secondaria, dopo che un evento cardiovascolare è già avvenuto

Qui pesa tantissimo la mancata aderenza terapeutica: mediamente il paziente dimesso post infarto, quanto più si allontana dalla dimissione tanto più tende ad avere una bassa aderenza alla terapia. Ma non è solo lui a perdere la motivazione: spesso anche da parte dei medici c’è inerzia terapeutica davanti ad alcuni farmaci. Accade a esempio con le statine, i cui effetti collaterali hanno un’incidenza molto bassa, inferiore al 5%, mentre occorre ribadire che questi medicinali fanno morire di meno. Va detto che per i fattori di rischio principali – ipertensione, colesterolo e diabete – disponiamo di target di trattamento molto precisi che vanno rispettati puntualmente nel paziente che abbia già avuto un evento. Quanto più la persona è ad alto rischio, tanto più è importante fare un controllo rigoroso dei target.

Da futuro presidente Sic quali strategie di prevenzione intende promuovere?

Già oggi la Società scientifica fa tantissimo: campagne di prevenzione cardiovascolare – che vanno implementate a livello di popolazione e della scuola – campagne di sensibilizzazione per informare le persone sull’impatto sia in termini di salute che di economia sanitaria, interazione con le istituzioni. Va promosso lo screening: quelli della mammella, del colon e dell’utero per i tumori in Italia stanno salvando tantissime persone: bisognerebbe estendere a tutta la popolazione la prevenzione cardiovascolare. Poi vanno promossi stili di vita adeguati e lotta all’obesità. Più in generale, la prevenzione dovrebbe declinarsi in tutte le politiche sia nazionali sia locali, in modo trasversale e su più ministeri e più attori. Per proteggere i nostri cuori serve una rivoluzione culturale.

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