Le autorità analizzano il video arrivato oltre tre settimane dopo i primi attacchi. Sotto esame tempi, canali e attendibilità della rivendicazione: non si escludono un’azione intestata da altri, un video-esca o una diversa matrice, anche statuale, per gli episodi francesi
Il video c’è. La firma pure. Ma arriva oltre tre settimane dopo il primo attacco. Ed è proprio questo, adesso, uno dei punti che più interessano chi indaga. Nelle verifiche sui cyberattacchi che hanno mandato in tilt i frigoriferi dei supermercati di diversi Paesi europei è comparsa questa mattina una rivendicazione: NoName057(16), collettivo hacker filorusso, sostiene di aver condotto l’operazione insieme a Z-Peintest. La Polizia Postale ha intercettato il materiale e lo sta passando al setaccio. Perché potrebbe essere la traccia che mancava. Oppure una traccia costruita perché qualcuno la seguisse.
Gli elementi raccolti finora orientano gli investigatori verso NoName e Z-Peintest. Ma nel dominio cyber una firma non è una prova. Nemmeno quando arriva accompagnata da un video. E attorno alla rivendicazione restano anomalie sui tempi, sul canale utilizzato e sulle modalità con cui è emersa. Con un interrogativo ulteriore: se tutti gli attacchi finiti sotto la stessa lente abbiano davvero un’unica matrice.
L’offensiva europea comincia a manifestarsi il 12 ottobre in Francia. Poi gli episodi si allargano: Italia, Olanda, Belgio, Svezia, Finlandia, Irlanda, Portogallo, Lussemburgo, Estonia.
Il bersaglio iniziale sarebbe stato Danfoss, gruppo danese che realizza anche infrastrutture digitali per i sistemi di refrigerazione. Attraverso le chiavi di accesso sottratte all’azienda, gli attaccanti sarebbero riusciti a entrare nei sistemi non aggiornati dei frigoriferi senza violare direttamente le reti delle catene. Da lì l’alterazione dei parametri: temperature fino a 50 gradi, alimenti deteriorati, merce da buttare e un danno economico ancora da quantificare.
Ma è soprattutto il primo tratto della sequenza, quello francese, a essere riletto con maggiore cautela. Non si esclude che quegli attacchi possano avere una matrice diversa rispetto agli episodi successivi. Un punto ancora aperto, sufficiente però a impedire di considerare acquisita l’esistenza di un’unica operazione europea.
NoName057(16) e Z-Peintest, per gli investigatori, non giocano sullo stesso terreno. NoName ha costruito gran parte della propria notorietà attraverso campagne Ddos: operazioni rumorose e visibili, ma non necessariamente sofisticate. Z-Peintest, invece, viene accreditato di capacità tecniche ben più elevate. Secondo la ricostruzione investigativa, entrambi gravitano nell’orbita del Gru, il servizio segreto militare russo.
La differenza conta. Entrare in sistemi di refrigerazione distribuiti in più Paesi richiede capacità diverse rispetto a un classico bombardamento Ddos. Ed è anche per questo che gli investigatori cercano di separare ciò che i due gruppi dichiarano di aver fatto da ciò che è possibile dimostrare abbiano realmente fatto.
In Italia il dossier è seguito dall’Agenzia per la cybersicurezza nazionale, diretta da Andrea Quacivi. In campo ci sono anche l’Aisi diretta da Bruno Valensise e l’Aise guidata da Giovanni Caravelli, coordinate dal Dipartimento delle informazioni per la sicurezza diretto dal prefetto Vittorio Rizzi. Il coordinamento politico è dell’Autorità delegata alla sicurezza della Repubblica, Alfredo Mantovano, che ieri ha riunito gli apparati per fare il punto.
È qui che la storia cambia. Perché NoName, quando compie un’operazione, rivendica. [...]
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