
Ogni tot, la moda elegge i suoi numi tutelari, leader capaci di catturare lo spirito del tempo, creativi cui tutto il sistema guarda con una riverenza che diventa subito emulazione, dal blando allo sfacciato. Quei numi, adesso, sono Matthieu Blazy di Chanel e Michael Rider di Celine: se ne vedono gli influssi ovunque. Sono lingue simili, portate all’accumulo e alla congiunzione di opposti, anche se Rider possiede una leggerezza ineffabile che a Blazy manca, e che è irreplicabile.
Giorno 5
Profuma tanto di Celine la collezione di Loewe: la terza per Lazaro Hernandez e Jack McCollough, un passo indietro rispetto alle precedenti. O meglio, un passo avanti nella definizione del guardaroba Loewe – teso tra pelle e outerwear tecnico, sport e decorativismo – ma una decisa diminuzione in termini di carattere stilistico. Sia chiaro: i due hanno sempre guardato altrove, anche quando facevano Proenza Schouler, ma da Loewe avevano iniziato bene. Adesso gli echi di questo e di quello si traducono in una collezione formalmente impeccabile, a tratti anche eccitante – gli abitini di veli colorati sovrapposti – ma del tutto priva di nerbo, disossata di segno autoriale. Di abiti così, nella moda di oggi, ce ne sono troppi, e la perizia nella lavorazione dei materiali non riesce a spostare l’asta.
Di abiti come quelli che Satoshi Kondo e il suo team progettano per Issey Miyake, invece, non ce ne è abbastanza. Qui si inventa da zero, si crea, si fa pensare, con una levità che veicola il messaggio nel migliore dei modi. Fedele allo spirito sperimentale e umanistico di Issey, ma libero da schemi e codici, questa stagione Kondo lavora sul ma, che nella cultura giapponese è lo spazio tra il corpo e i vestiti: un vuoto pieno di possibilità. Il movimento di questa prova assai riuscita è un respiro – come quello, forte, dei ballerini che aprono lo show giocando con un enorme telo di stoffa – da corto a lungo, dallo spazio minimo dei bustini che disegnano torsi fittizi comprendo la nudità vera con una nudità mimata, allo spazio massimo degli abiti paracadute che si gonfiano e allontanano dalla figura ballonzolando ad ogni passo. Il magnifico detour intorno a forma e movimento è astratto, ma non cervellotico, e si traduce in un momento memorabile.
Maestro inveterato, autore coriaceo e poetico come non ne emergono più, Yohji Yamamoto continua a dire la sua ben oltre la soglia degli ottant’anni d’età, sempre preso a decostruire, decomporre, scomporre per ricomporre. Questa stagione la decostruzione diventa liquefazione: gli abiti si dividono in movimenti spiraliformi, si aprono in intrecci e frange, si arrotolano in grovigli di fili, in una tensione lirica verso uno stato primordiale che non è solo il pezzo di stoffa, ma addirittura la fibra.
Il Lanvin di Peter Coppings ha finalmente trovato la sua forma: verticale, lineare, elegante; nutrita di ricerche in archivio ma non polverosa. Eppure, manca ancora un senso di urgenza e rilevanza. Da Givenchy, Sarah Burton parla insieme di chiarezza e molteplicità senza che questo diventi un ossimoro. Sono chiari e precisi il tailoring duro e mascolino, il flou di jersey sospeso da volute metalliche, gli abiti e i pantaloni di pelle incollati sul corpo, le giacche decostruite, gli echi giapponisti. Tutto è studiato nella costruzione, pensato per dare a chi lo indossa un senso di sicurezza, di forza ed elevazione. Questi elementi però si compongono in un discorso caleidoscopico, dalla accelerata molteplicità. Invece di coagulare il messaggio intorno ad una sola figura femminile, Sarah Burton preferisce riconoscere la complessità e varietà del mondo muliebre. C’è coerenza nel suo frammentare, e la prova convince.
Victoria Beckham, infine, trova coerenza nell’abbandono delle velleità avanguardiste con contorno di styling astrusi. Si focalizza su tailoring esatto, outerwear fluido e abitini scivolati dal sapore anni venti e per una volta convince. Nulla di mai visto, sia chiaro, ma impeccabile.
Giorno 6
Senza additivi spettacolari, senza filtri abbellenti, senza enfasi narrative: le sfilate parigine, alla meglio, rifiutano l’artificio, o almeno lo ammorbidiscono. Certo, sempre di moda si tratta, quindi la messa in scena è inevitabile, ma al momento è il cinéma-vérité, o meglio una sorta di realismo magico, a dettare il ritmo. Michael Rider è stato uno degli istigatori di questo slittamento. Di certo ne è l’interprete più spontaneo e ineffabile. Il suo Celine rappresenta il moderno french touch, cattura la nonchalance stropicciata ed erudita dello stile parigino di oggi – per come dovrebbe essere forse, invece che per come è. Lo fa esattamente perchè Rider è americano: lo sguardo da fuori, il punto di vista dello straniero aiuta. Questa stagione Rider consolida il messaggio, con una insistenza particolare sull’emotività insita nell’atto di vestirsi, sulla favolosità come valore e poi soprattutto sullo scambio di capi tra donna e uomo – non unisex, ma possibilità espanse. Il suo, del resto, è un sistema estetico che lavora per addizioni successive, non per scarti e contraddizioni stagionali. È questo che lo rende attuale e urgente: il guardaroba che propone è fatto di compresenze, un po’ come il nostro presente digitale in cui tutto è disponibile in un click. Quel che affascina del nuovo Celine è una singolare contraddizione: i capi sono preziosi, disegnati con intento architettonico, pieni di dettagli singolari, profondamente desiderabili, ma sono trattati senza preziosismi, mescolati come senza cura, come vestendosi di fretta perché in ritardo, troppo presi ad amoreggiare per guardare l’orologio. È questo il tocco magico di Rider. Tutti lo guardano, tutti lo copiano, ma nessuno arriva all’essenza del suo modo, così spontaneo eppure così preciso, perché, come diceva Helmut Lang You can’t copy the soul.
Da Hermès, Nadège Vanhee lavora in sottrazione, seguendo un percorso aereo che significa essenzialmente sottrazione di peso e di orpelli. Il risultato è una leggerezza dinamica, persino tagliente, che porta in effetti nuova aria nelle stanze patrizie e classiche della maison. È da qualche stagione che Vanhee ha preso a ridurre tutto per massimizzare taglio e materia, esaltando la sensualità del corpo nel suo rapporto con l’abito. Questa nuova prova, particolarmente riuscita, rappresenta il picco del percorso fino a qui. È sleek per usare un aggettivo che ai modaioli piace molto e suona sempre come un complimento. È anche sexy, in una maniera secca e marziale che è omaggio in tralice alle radici equestri del marchio. Ogni tanto il rischio è una certa freddezza, ma la palette calda e naturale cancella ogni traccia di gelo.
Altrove, l’artificio rimane legge. I giapponesi dell’ambito di Rei Kawakubo sono araldi, per sempre, di una teatralità straniante e scabra, che in questo momento rischia però di apparire anacronistica o poco necessaria. Rei in persona, da Comme des Garçons, immagina un clash tra regalità e quotidianità che sviluppa attraverso le forme bulbose, scultoree e mostruose che ormai sono diventate la sua sigla autoriale e condizione stilistica permanente. Usa denim, velluti a coste e cotoni da tovaglia mettendoli in dialogo con gli ori, le mostrine, le crinoline del linguaggio di corte. C’è qualcosa di più leggero del solito che appaga l’occhio, ma per il resto è tutto visto e si torna ad aspettare il momento in cui Kawakubo farà vestiti e non costumi.
Junya Watanabe esplora, alla sua sua maniera, l’idea di funky: bling bling compiaciuto, fisicità voluttuosa e atteggiamento spavaldo. C’è qualcosa di decisamente più giocoso del solito che, adesso, appare liberatorio. Però, in realtà, qui poco si muove. Al netto dei catsuit, degli chandelier e degli abiti-oggetto, quel che rimane sono i perfecto e i trench decostruiti e ricostruiti, e i gonnelloni, che per il marchio sono pane quotidiano. L’unione di punk e delicatezza è ossimoro ricorrente della visione di Kei Ninomiya per Noir, che questa stagione lavora intorno all’idea di Petal Rebellion. Gli abiti sono l’esatta traduzione dell’assunto: volant e borchie, nero assoluto e allure zuccherina. L’esecuzione è impeccabile, ma il procedimento è formulaico.
Stefano Gallici, da Ann Demeulemeester, si muove con sicurezza dentro un perimetro di sua creazione, nel quale i segni di Ann, dall’androginia alle piume, passando per i nastri penzolanti, il suo romanticismo imbronciato sono contestualizzati in un sistema estetico molto personale. Mentre il gotico anversese sfuma in gotico californiano e tutto prende una patina acciaccata, consunta, gloriosamente logora ma anche paradossalmente giocosa – come di chi pesca vecchi abiti in soffitta, e li combina per uscirci – muta il pubblico di riferimento, e il marchio cambia pelle senza rinunciare al proprio spirito. È una conquista che convince.
Da Alaïa non c’è un direttore creativo ma si sfila lo stesso, e non è un male. La collezione, disegnata dal team, è posizionata a metà tra le astrazioni di Pieter Mulier e i tropi di Azzedine, il fondatore. Dalla pelle scolpita alle gonne ruscellanti, passando per gli abiti incollati alla figura, è una ricapitolazione plausibile e sistematica. Onesta, in attesa che Alaïa trovi la sua nuova condizione.
Giorno 7
Il contemporaneo vive in accelerazione continua. Corre senza una meta e nel percorso distrugge tutto senza che nulla duri. In un simile contesto, la moda non riesce più ad anticipare il momento. Alla meglio, lo vive; alla peggio lo insegue con affanno.
Da Miu Miu, Miuccia Prada vede il qui e ora nel dominio incontrastato dell’abbigliamento sportivo – nel mondo reale, non si porta altro – che accetta per portarlo nel proprio sistema e quindi stravolgerlo nella inaudita congiunzione con il classico – tailleur da bibliotecaria, pullover da collegiale – ed elevarlo nel clash con abitini ricamati, sete preziose e scintillii diffusi. È il metodo che la signora Prada perfeziona da sempre, che ha esperito al meglio, in passato, nel dialogo creativo con Manuela Pavesi, e che adesso appare più rilevante che mai. La sfilata arriva dritta al punto, senza mai sbavare. Quel che si apprezza sempre in Miu Miu, progetto così profondamente personale, è l’amore per i vestiti come oggetti malleabili e per il vestire come disegno sovversivo di rappresentazione individuale. In questo senso, la collezione è un trionfo. Nel suo essere variazione su una formula, invece, manca di urgenza, di spirito abrasivo. Forse, non sono più necessari.
Questa stagione, l’attenzione di tutti è focalizzata per intero sui vestiti più che sulle narrazioni. Sul prodotto, si potrebbe affermare frettolosamente. In verità, è un modo per aprirsi a ciò che c’è dopo la passerella, riconoscendo che un abito è un deposito di possibilità, e che il racconto vero inizia da lì. È di questa idea Alessandro Michele, che da Valentino non rinuncia alla verve affabulante, ma la comprime e ridirige. Lo show è intitolato Antibiblioteca e si svolge nelle sale della Biblioteca di Sainte-Geneviève. I libri, al pari dei vestiti, sono regesti di possibilità: che si tratti di volumi mai letti ma anche di volumi mai scritti, come quelli catalogati nell’invito, vero capolavoro di pensiero e copywriting. È questa la connessione, forse tenue, di certo ispirante. Ciò detto, di libresco in questa prova c’è solo l’accoglimento del glamour – e dei volant, dei fiocchi, del bling e del dramma – che risiede nel codice Valentino, perchè per il resto è il sexy a dominare. Michele continua ad asciugare: un percorso che va avanti da alcune stagioni. Non rinuncia alle sedizioni – fiocchi acciaccati, volant stropicciati – ma i tempi delle stranezze sono lontani. Adesso la bellezza è al centro, giusto un po’ meno canonica del solito, di certo parecchio sensuale.
Pelagia Kolotouros, da Lacoste, parte da tutti gli elementi associati al marchio e allo sport del tennis, dalla terra rossa alla pallina gialla alla polo, e li contestualizza in un ambito “moda” senza che questo sappia di giochetto o, peggio, di forzatura. I colletti della polo mutano così in patta della piccola borsa a mano, mentre le palline sono tagliate in forma di paillette gigante e tutto il guardaroba prende i colori del campo da gioco. Le linee sono fluide, scattanti; la traslazione è naturale. Solo limite del progetto pare essere il suo essere mero esercizio di stile, privo di un vero sbocco commerciale, ed è un peccato.
È chiaramente un esercizio di stile a contorno di un fiorente business di profumi anche Mugler, dove Miguel Castro Freitas non tenta nemmeno di avvicinarsi al reale e si abbandona piuttosto ad un esercizio costumistico variamente ispirato al mondo animale che seppur eseguito con grande perizia, appare del tutto privo di scopo. Castro-Freitas è un designer di talento, ma fino a qui quello che ha proposto lo si direbbe compiaciuto. Appare più intento a mostrare virtuosismo tecnico e abilità progettuale piuttosto che a costruite un vero disegno di brand: un modus operandi che non porta lontano, e che impone immediata correzione.
Da Gaultier, Duran Lantink ha in qualche modo lo stesso problema. O meglio il suo disegno è chiaro: condurre le stesse sperimentazioni su corpo e sessualità della linea che portava il suo nome, ma farlo alla Gaultier-maniera, ossia con un maggiore senso, se possibile, di eleganza. La disconnessione dall’universo Gaultier disorienta almeno quanto affascina. A questo si aggiunga che Lantink ha un procedere deragliante non sempre facile da seguire, per cui la collezione, che apre nel bianco della tela e delle infinite possibilità e chiude nel tailoring scatolare e prismatico risulta di complessa lettura. Si apprezza l’invenzione, il resto richiede una lenta digestione.
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