Dai reattori giganteschi a Smr e Amr: ecco come funzionerà il «nuovo nucleare»

La nuova ondata tecnologica punta tutto su flessibilità, sicurezza passiva e modularità. Siamo ancora in fase di progetto: le prime centrali saranno operative non prima del 2035

Mentre il dibattito sulla transizione energetica si fa sempre più serrato, il termine “nuovo nucleare” è entrato stabilmente nell’agenda politica ed economica italiana. Ma di cosa si tratta, esattamente? A differenza dei tradizionali reattori di grande taglia (la cosiddetta terza generazione), che richiedono enormi investimenti finanziari, almeno un decennio di cantieri e un’impronta strutturale imponente, la nuova ondata tecnologica punta tutto su flessibilità, sicurezza passiva e modularità. Il cuore della svolta è rappresentato dagli Smr (Small Modular Reactors) e dagli Amr (Advanced Modular Reactors) di quarta generazione. Se i giganti del passato venivano costruiti interamente in situ, i mini-reattori del futuro sono progettati per essere assemblati in fabbrica e trasportati su gomma o rotaia, abbattendo drasticamente tempi e costi di installazione.

Resta un problema non trascurabile: la tempistica. A differenza delle tecnologie rinnovabili, infatti, al momento attuale il “nuovo nucleare” resta ancora a livello di progetto: nel mondo non esistono impianti commerciali di questo tipo, tranne due Smr ufficialmente operativi, uno in Cina e l’altro in Russia, di cui si sa troppo poco. Per vedere una diffusione commerciale di massa sul suolo europeo e occidentale, quindi, ci vorranno ancora molti anni: le tabelle di marcia dei principali consorzi industriali fissano le scadenze ottimisticamente attorno al 2035.

In cosa differisce, tecnicamente, un mini-reattore Smr da una centrale nucleare tradizionale? 

La differenza fondamentale risiede nella scala e nel metodo di costruzione. Un reattore tradizionale solitamente ha una potenza superiore a 1.000 megawatt elettrici, mentre un Smr

, per definizione, ha una potenza inferiore ai 300 megawatt. Questa taglia ridotta permette la modularità: i componenti non vengono gettati in cemento direttamente nel sito della centrale, ma realizzati in serie all’interno di stabilimenti industriali specializzati. Questo riduce i margini di errore costruttivo, ottimizza la catena di fornitura e permette di aggiungere “moduli” di potenza a seconda del reale fabbisogno della rete, un po’ come se si trattasse di mattoncini componibili.

Quali sono i sistemi di sicurezza che definiscono questo “nuovo” approccio? 

I nuovi reattori puntano sulla cosiddetta sicurezza passiva intrinseca. Nelle centrali di vecchia generazione, in caso di emergenza o blackout, il raffreddamento del nucleo dipendeva dall’attivazione di pompe elettriche e generatori diesel esterni (il cui guasto dovuto allo tsunami causò l’incidente di Fukushima). Gli Smr e i reattori di quarta generazione sfruttano invece leggi fisiche naturali come la gravità, la convezione naturale del calore e la resistenza dei materiali. In caso di anomalia, il sistema è progettato per spegnersi e raffreddarsi da solo, senza l’intervento umano e senza necessità di alimentazione elettrica esterna, riducendo quasi a zero il rischio di fusione del nocciolo.

Come viene affrontato il problema delle scorie radioattive? 

La questione dei rifiuti radioattivi viene affrontata su due fronti. Per i reattori Smr ad acqua pressurizzata, il volume di scorie prodotte per megawatt resta simile a quello tradizionale, mentre gli Amr di quarta generazione (come i reattori veloci raffreddati a piombo liquido o a sali fusi) sarebbero teoricamente in grado di riciclare il combustibile esausto proveniente dalle vecchie centrali. In questo modo si riduce non solo il volume totale dei rifiuti radioattivi, ma anche il loro tempo di decadimento, che passa da decine di migliaia di anni ad alcuni secoli.

Oltre alla produzione di energia elettrica, quali sono le applicazioni alternative? 

Mentre le grandi centrali servono esclusivamente ad alimentare la rete elettrica nazionale, i piccoli reattori offrono una versatilità senza precedenti grazie alla cogenerazione, ovvero la produzione simultanea di elettricità e calore ad altissime temperature. Questo calore può essere venduto direttamente alle industrie pesanti ad alta intensità energetica (i settori hard-to-abate come acciaierie, chimica e cementifici), per sostituire i combustibili fossili. Altre applicazioni chiave includono il teleriscaldamento urbano, i processi di desalinizzazione dell’acqua e l’alimentazione continua dei grandi data center dedicati all’intelligenza artificiale, che richiedono enormi flussi di energia pulita 24 ore su 24.

Quali sono le tempistiche reali per vedere queste tecnologie operative in Europa e in Italia? 

Nonostante l’accelerazione degli investimenti, le tempistiche devono fare i conti con la giusta severità dei processi di certificazione: l’Alleanza Industriale Europea per gli Smr punta a vedere i primi dimostratori commerciali nei primi anni 2030. In Italia c’è il progetto del colosso nucleare francese Edf, che attraverso la controllata Nuward ha tracciato una roadmap per l’installazione del primo mini-reattore entro il 2035, a patto che nel frattempo venga definito il quadro autorizzativo nazionale. Per le tecnologie ancora più avanzate, di quarta generazione con raffreddamento al piombo liquido, i piani di sviluppo della startup Newcleo, in collaborazione con Enea, guardano al 2032 per il passaggio dalla fase sperimentale alla commercializzazione.

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