
L’intervista a Riccardo Di Stefano, Vicepresidente Confindustria per Education e Open Innovation
«In generale, riguardo ai gap sul mercato del lavoro sarei anche cautamente ottimista. Se non fosse per la crisi della natalità, che rischia di vanificare ogni altra risposta virtuosa e che deve quindi diventare il primo punto all’ordine del giorno della politica». Per Riccardo Di Stefano, vicepresidente di Confindustria per Education e Open Innovation, colmare la distanza tra domanda e offerta è possibile, lavorando sul miglioramento dell’attrattività verso gli studenti stranieri e provando a rilanciare l’immagine della manifattura, anche se la demografia presenta anno dopo anno un “conto” sempre più pesante.
«Il sistema nel complesso sta provando a reagire – spiega – ma è chiaro che nel lungo periodo serve un’inversione di rotta. Nel frattempo, è importante vedere come ad esempio le aziende si siano attrezzate con centinaia di Academy interne: di fronte a trasformazioni così rapide, è chiaro che scuole e università non bastano, il fatto che l’ultimo miglio della formazione spetti all’impresa è ormai un fatto acquisito».
Imprese manifatturiere che per Di Stefano possono offrire ai giovani percorsi di carriera interessanti, a dispetto degli stereotipi negativi. «L’industria va raccontata nei suoi cambiamenti – spiega – ed è molto diversa da quella percepita nell’immaginario collettivo: è un mondo in cui si sviluppano le tecnologie di frontiera, pienamente inserito nella doppia transizione digitale e green. Ed ecco perché la “fame” di profili Stem è crescente: il fabbisogno di queste lauree sfiora le 700mila unità e nel 50% dei casi sono posizioni di difficile reperibilità». Altro nodo riguarda l’espatrio dei giovani, che progressivamente prosciuga il bacino interno da cui attingere. «C’è da dire intanto che in una fase come quella attuale di bassa produttività e crescita del reddito, l’industria senza dubbio garantisce compensi più alti rispetto ad altri settori. Retribuzione che a mio avviso per i giovani alla prima assunzione è solo una delle componenti, non l’unica. I ragazzi cercano anzitutto prospettive di crescita, un percorso che li possa stimolare. Poi, certamente, il livello di pressione fiscale e contributivo è molto alto e questo dovrebbe imporre una profonda riflessione. Ma oltre a preoccuparci della “fuga” dei giovani all’estero, dovremmo anche interrogarci sulla scarsa capacità di attrarre studenti dall’estero. Su questo aspetto dovremmo riuscire a fare molto meglio».
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