Dalla sorpresa Nixon in Florida allo stop per Trump in Wyoming: cosa raccontano le primarie Usa

La sorprendente vittoria di Angie Nixon in Florida rilancia la sinistra democratica, mentre una serie di sconfitte mette alla prova il peso degli endorsement di Trump. Da Michigan e Minnesota all’Alaska, cosa raccontano le primarie a meno di tre mesi dal voto

Sedici milioni di dollari contro meno di uno. Se le primarie americane si vincessero con la raccolta fondi, in Florida Alex Vindman avrebbe dovuto passeggiare verso la nomination democratica per il Senato. Ma è successo il contrario. Angie Nixon, deputata statale e socialista democratica, lo ha battuto e a novembre affronterà la repubblicana Ashley Moody per completare gli ultimi due anni del mandato lasciato libero da Marco Rubio, oggi segretario di Stato nell’amministrazione Trump.

È l’ultimo risultato di una stagione elettorale che sta mettendo alla prova le gerarchie di entrambi i partiti. A sinistra avanzano candidati progressisti capaci di battere nomi sostenuti dall’establishment. A destra Donald Trump resta il centro gravitazionale del Partito repubblicano, anche se le ultime primarie hanno mostrato che nemmeno l’endorsement del presidente garantisce la vittoria.

La vittoria di Nixon è forse la più sorprendente. Vindman, ex funzionario del Consiglio per la sicurezza nazionale nonché uno dei protagonisti del primo impeachment di Trump, aveva raccolto più di 16 milioni di dollari. Nixon meno di uno.

Per i democratici, però, il difficile comincia adesso. La Florida non è più lo swing state che per anni ha tenuto l’America con il fiato sospeso, visto che i repubblicani registrati sono circa un milione e mezzo in più dei democratici. E poi, nelle primarie per Senato e governatore di martedì, i candidati del Gop hanno raccolto complessivamente circa 1,6 milioni di voti contro 1,2 milioni dei dem. Vindman, inoltre, era considerato più competitivo tra gli elettori centristi. Con Nixon candidata, strappare il seggio alla repubblicana Ashley Moody a novembre sarà ancora più difficile.

La rivolta progressista, del resto, non ha travolto tutto il partito. Jared Moskowitz ha respinto Oliver Larkin, sostenuto dai Democratic Socialists of America, organizzazione della sinistra socialista Usa. Debbie Wasserman Schultz, ex presidente dell’organismo dirigente del Partito democratico, ha conquistato la nomination nel nuovo collegio della Florida meridionale.

E per i democratici le cattive notizie non finiscono qui. La nuova mappa dei collegi potrebbe consegnare ai repubblicani fino a quattro seggi in più alla Camera. Se le stime riportate da Reuters saranno confermate dalle urne, dopo novembre la Florida potrebbe mandare a Washington 24 deputati repubblicani e appena quattro democratici.

Sul versante repubblicano, Byron Donalds, sostenuto da Trump, ha conquistato la nomination per governatore e sfiderà David Jolly, ex deputato repubblicano passato ai democratici. Se eletto, Donalds diventerebbe il primo governatore nero della Florida. Ma altri due candidati appoggiati dal presidente sono caduti. Catalina Lauf ha perso la corsa per il seggio alla Camera lasciato libero proprio da Donalds. È stato sconfitto anche Cory Mills, deputato uscente la cui campagna era stata segnata da controversie e da un’indagine della commissione Etica della Camera.

Lo stesso segnale è arrivato dal Wyoming. Per la successione al governatore Mark Gordon, Trump aveva scelto Megan Degenfelder, sovrintendente statale all’Istruzione. Gli elettori repubblicani hanno preferito il senatore statale Eric Barlow. Il presidente ha però ottenuto il risultato che voleva nella corsa per il Senato: Harriet Hageman, sua alleata e già protagonista nel 2022 della sconfitta di Liz Cheney, ha conquistato la nomination per il seggio lasciato libero da Cynthia Lummis.

Per una porta che sembra chiudersi in Florida, un’altra potrebbe aprirsi molto più a nord. In Alaska Mary Peltola, democratica moderata ed ex deputata, ha preceduto il senatore repubblicano uscente Dan S. Sullivan nella primaria aperta. Entrambi saranno sulla scheda a novembre, ma il risultato di Peltola ha trasformato l’Alaska in una delle opportunità più interessanti per i democratici a caccia di seggi repubblicani al Senato.

Peltola è una candidata molto diversa da Nixon. È stata la prima nativa dell’Alaska eletta al Congresso e ha costruito un profilo moderato, capace di parlare anche a indipendenti e repubblicani. Non un aspetto di poco conto in uno Stato dove dalle primarie passano i primi quattro candidati indipendentemente dal partito e a novembre si vota con il sistema della scelta classificata.

E in Alaska la corsa al Senato ha assunto contorni quasi surreali. Sulla scheda, accanto al senatore repubblicano Dan S. Sullivan, è comparso un altro Dan Sullivan: Dan J., ex insegnante e anche lui repubblicano. Gli alleati del senatore non credono alla coincidenza, sospettano che l’altro Sullivan sia entrato in corsa proprio per confondere gli elettori e sottrarre voti all’uscente. L’ex insegnante nega, ma intanto il caso è arrivato anche all’attenzione del Dipartimento di Giustizia.

La sorpresa Nixon, del resto, era stata preceduta da un altro campanello d’allarme per l’establishment democratico. Due settimane prima, in Michigan, il progressista Abdul El-Sayed, medico ed ex responsabile della sanità di Detroit, aveva battuto la deputata Haley Stevens nella corsa per il Senato. Il margine era stato stretto, il significato politico molto meno: Stevens rappresentava l’area più moderata del partito, El-Sayed aveva dalla sua la sinistra e il sostegno, tra gli altri, di Bernie Sanders. A novembre sfiderà il repubblicano Mike Rogers.

La posta in gioco è alta. Trump ha conquistato il Michigan nel 2024 e i democratici non possono permettersi di perdere quel seggio se vogliono provare a rovesciare una maggioranza repubblicana al Senato che oggi è di 53 a 47.

Una settimana dopo è arrivato il Minnesota. La vicegovernatrice Peggy Flanagan ha sconfitto la deputata moderata Angie Craig nella primaria democratica per il Senato. Flanagan è una progressista, anche se non appartiene ai Democratic Socialists of America, e ha fatto della dura opposizione alla politica migratoria dell’amministrazione Trump uno dei temi della campagna, fino a chiedere lo smantellamento dell’Ice.

Nello stesso Stato è caduto Mike Lindell, dell’azienda di prodotti per il letto MyPillow e storico alleato di Trump. L’appoggio del presidente non è bastato contro Lisa Demuth.

È bastato però attraversare il confine con il Wisconsin perché il vento cambiasse. Qui David Crowley, esponente dell’area moderata, ha battuto per poco più di tremila voti Francesca Hong, candidata della sinistra socialista, e si è preso la nomination democratica per governatore.

E a frenare l’idea di una svolta tutta a sinistra sono arrivate anche le Hawaii. Qui Ed Case, deputato moderato di 73 anni, ha respinto senza troppi affanni la sfida del progressista Jarrett Keohokalole, 43 anni, imponendosi con il 57% contro il 34%. In un collegio saldamente democratico, il risultato non sposta molto gli equilibri della Camera, ma racconta qualcosa degli equilibri interni al partito. E cioè che la voglia di ricambio esiste, ma non sempre premia la sinistra.

Resta infine aperta la partita della South Carolina. Darline Graham, chiamata a occupare temporaneamente il seggio del fratello Lindsey, morto a luglio, punta ora a conservarlo per un mandato pieno e può contare sull’appoggio di Trump. L’11 agosto ha vinto il primo round delle primarie repubblicane, ma senza raggiungere il 50%. Il 25 agosto dovrà quindi affrontare il deputato Ralph Norman al ballottaggio, e sarà un altro test per il presidente: Graham parte dal primo posto, ma il suo endorsement non è bastato a risolvere la partita al primo turno.

Fin qui, insomma, hanno votato soprattutto i partiti. A novembre voterà l’America. Ed è allora che si capirà se la spinta a sinistra vista in Florida, Michigan e Minnesota è in grado di conquistare anche chi alle primarie non c’era. E, soprattutto, se il marchio Trump mantiene la stessa forza quando sulla scheda elettorale compare il nome di qualcun altro.

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