
Dopo quasi 30 anni sui set, sceglie solo i progetti che la convincono e sta scrivendo la sua prima sceneggiatura, basata sulla storia della sua famiglia, che gestiva uno strip club in California.
La Philosophical Research Society è chiusa quando la raggiungo in una mattina piovosa. L’unico movimento è quello di alcuni addetti alle pulizie che si spostano tra i bassi edifici geometrici, per il resto il posto è silenzioso in modo quasi sinistro. Tutto è dipinto in colori crema e terracotta, che gli conferiscono l’aspetto di un chiostro mediterraneo catapultato a Los Angeles. Un recente articolo su questa società titolava: Non siamo una religione! È qui che Alia Shawkat vuole incontrarmi. Arriva scusandosi per il ritardo, aveva provato a mandarmi un messaggio. Non facciamo in tempo a presentarci che stiamo già parlando di New York, di arte, di Los Angeles e di quel suo strano modo di dare l’impressione che il tempo si sia fermato.
L’attrice, 37 anni, indossa una camicia bianca leggera, shorts morbidi e ballerine marroni, al braccio porta un cestino di paglia intrecciata. È appena tornata da New York, dove ha trascorso diversi mesi recitando nell’opera teatrale You Got Older di Clare Barron. Dice di sentirsi un po’ spaesata: «Mentre guardo il mio armadio, quasi non riconosco la persona che indossava questi abiti. Probabilmente farò qualche follia, come tagliarmi i capelli nel cuore della notte».
Shawkat recita da quando aveva nove anni. La si ricorda nel ruolo della precoce Maeby Fünke nella serie Arrested Development – Ti presento i miei. Negli ultimi vent’anni, però, si è costruita una carriera spaziando dai film indipendenti alla televisione, dal teatro alle arti visive. Il ruolo più importante dopo Arrested Development è stato in un’altra serie tv, Search Party, dove interpretava Dory Sief, una Millennial di Brooklyn alla deriva, la cui ricerca ossessiva di una donna scomparsa è diventata una delle satire più taglienti della sua generazione. Tra gli altri suoi progetti ci sono Green Room, Duck Butter e Atropia, che ha vinto il Gran Premio della Giuria al Sun-dance Film Festival 2025.
«Los Angeles ti concede un’enorme libertà di perderti nel tuo universo mentale. Nel bene e nel male», dice, mentre ci sediamo nella libreria accanto a scaffali pieni di volumi su sogni, alchimia e religione comparata. È cresciuta a Palm Springs, a un paio d’ore dalla città. Ha scelto di incontrarmi alla Philosophical Research Society perché sembra un luogo radicato nella storia, in un contesto e in un’epoca in cui l’ossessione principale riguarda solo il nuovo. Fondata negli anni Trenta dal mistico Manly P. Hall, ospita un campus pieno dei suoi libri, dei suoi saggi e di fogli di giornale ingialliti incorniciati sotto vetro. «Los Angeles è la città dei sogni, sembra che addirittura si siano depositati nel terreno», osserva. Hall voleva che questo posto fosse «qualcosa di più del simbolo dell’ambizione hollywoodiana: un luogo in cui quell’energia creativa, fatta di desideri e incontri, fosse percepibile tra le pareti».
L’attrice è qui per parlare di The Wrong Girls, commedia di fantascienza con Kristen Stewart. Le attrici interpretano due amiche vagabonde sotto l’effetto di una sostanza sperimentale che le spedisce in un’avventura surreale in giro per Los Angeles. «Ha il sapore di un film uscito nel 1998», racconta Shawkat. «Eppure è senza tempo. Del resto non si è mai visto davvero uno stoner movie (filone cinematografico incentrato su personaggi che fumano cannabis, ndr) con protagoniste femminili. Purtroppo tutto ciò che ruota attorno a una donna viene automaticamente letto in chiave politica, e mi sembra già di sentire le critiche: “Figuratevi, una ragazza che fuma marijuana!”». La pellicola – scritta da Kristen Stewart e Dylan Meyer, sua moglie, e prodotta dalla loro società, Nevermind Pictures – è «un sogno diventato realtà», aggiunge l’attrice. «È stato liberatorio poter essere esagerata, goffa, perfino sciocca. Non capita spesso di avere questi ruoli, senza la pressione di dover aderire a un ideale di bellezza femminile composto e impeccabile».
«È un’attrice incredibilmente eclettica», dice Meyer di lei. «Il suo orecchio perfettamente affinato per i tempi comici ha dato alle mie battute delle sfumature che nemmeno sapevo esistessero».
Shawkat ha incontrato Kristen Stewart nel 2010, in occasione di The Runaways, film biografico su Joan Jett e la sua band rock degli anni Settanta. «Eravamo molto giovani, io andavo a letto con un uomo sposato e lei era ancora etero. Ora, interpretando due migliori amiche, ci siamo proprio calate nella parte. Ridevamo in continuazione».
Oggi Alia ha un figlio piccolo, e la maternità le ha fatto concepire il lavoro in modo diverso. Non dice più sì solo perché il progetto sembra un’avventura: «Prima rispondevo, “certo, in Marocco per una settimana, perché no?”. Ora basta, non vado nemmeno a Santa Clarita, se non ce n’è bisogno. All’incirca ogni sette anni le cose cambiano». Ne sono passati quasi sette dal Covid, ormai. Quel momento fondamentale ha acuito i suoi pensieri. «Non farò più delle scelte basate sulla paura di non lavorare abbastanza, ma solo quelle che pur sembrando folli, so di dover fare. The Wrong Girls è stato, per esempio, un sì con tutta me stessa». Il plot ricorda, del resto, i suoi anni di formazione. Il padre dell’attrice è un immigrato che viene dall’Iraq, ha avviato uno strip club che è diventato l’attività di famiglia; sua madre, americana, prima l’ha aiutato, poi ha preferito dedicarsi ad Alia e ai suoi fratelli. L’attrice si descrive come una bambina dal carattere forte e ribelle, una caratteristica che ancora la contraddistingue. «Come quando ho cominciato a fumare erba, ad andare ai concerti non autorizzati e a uscire di casa di nascosto», ricorda.
Appena ha capito che la tv poteva essere un lavoro, ha deciso di approcciarla. «I bambini attori di solito venivano trascinati ai provini dai genitori», dice Shawkat. «Nel nostro caso, ero io a trascinare mia madre». I genitori la accompagnavano da Palm Springs a Los Angeles, due ore di macchina, pensando che la recitazione sarebbe rimasta un’attività marginale. Aveva solo 13 anni quando ha girato la puntata pilota di Arrested Development; interpretava l’intrigante Maeby al fianco del teenager Michael Cera. Erano tempi diversi: erano ancora troppo giovani per capire alcune battute, racconta lei stessa, e passavano il tempo libero alle feste della Fox in spiaggia, facendo scherzi agli attori di un’altra serie teen, The O.C.
Ora Alia sta scrivendo il suo primo film, di cui spera di curare anche la regia, sempre con Nevermind Pictures, una commedia basata sulle sue vicende di famiglia. La sceneggiatura è rimasta bloccata per anni in una fase embrionale, ma ora assicura che ce la farà a finirla, «cascasse il mondo». L’attrice interpreta una performer fallita affascinata da una delle ballerine [...]
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