Dall’Fmi allarme sul debito pubblico: «Livelli record, non si può più rimandare»

La direttrice generale Georgieva: tutte le tensioni di questa delicata fase si scaricano sulle politiche di bilancio e chiamano a scelte difficili. Le prospettive di crescita dipendono «dalla nostra capacità di affrontare con successo tre principali fattori: la rapida diffusione dell’intelligenza artificiale, i prezzi dell’energia e l’alto debito pubblico»

Rimandare il risanamento dei conti pubblici non è più possibile, soprattutto nelle economie avanzate e ad alto indebitamento. La numero uno dell’Fmi, Kristalina Georgieva, avvisa che tutte le tensioni di questa delicata fase di shock energetici, inflazione e rialzo dei rendimenti si scaricano sulle politiche di bilancio e chiamano i Governi a scelte difficili. Riportare sotto controllo il debito pubblico, per l’Fmi, non è più rinviabile.

Le parole di Georgieva arrivano da Singapore, dove il 7 ottobre ha tenuto il consueto discorso che anticipa le riunioni annuali dell’Fmi e della Banca Mondiale, in programma la settimana prossima a Bangkok. Come sempre, per le previsioni di crescita e la revisione delle stime precedenti bisognerà attendere la pubblicazione del rapporto dell’Fmi, martedì 13. Georgieva traccia invece la direzione che l’economia globale e quelle dei singoli Paesi stanno prendendo. Al centro delle discussioni ci saranno la rapida diffusione dell’intelligenza artificiale, i prezzi dell’energia e, appunto, i livelli record del debito pubblico. Le prospettive di crescita futura dipendono «dalla nostra capacità di affrontare con successo» questi tre fattori, avvisa Georgieva.

Nell’aggiornamento di luglio, l’Fmi aveva stimato un aumento del Pil mondiale del 3% nel 2026 e del 3,4% nel 2027, abbastanza in linea con le previsioni di aprile, ma sotto la media del 3,5% registrata nel 2024–25. In questo difficile 2026, «l’economia globale – dice la numero uno del Fondo – è tirata in due direzioni opposte: lo shock negativo l’offerta di energia e lo shock positivo della domanda, derivante dall’intelligenza artificiale».

E poi ci sino le guerre. Georgieva anticipa che le nuove previsioni di crescita mostreranno dati più negativi per i Paesi devastati dai conflitti, in Ucraina e nel Golfo. Effetti più lievi si osservano poi in altre economie vulnerabili, quelle che dipendono dall’import di energia fossile e non hanno sufficienti margini di finanza pubblica per ammortizzare il colpo (l’elenco è lunghissimo e include l’Europa).

Dati di crescita più alti potranno essere visti nei Paesi che guidano la partita dell’Intelligenza artificiale. L’Fmi stima che l’hardware per l’Ia e i prodotti tecnologici correlati rappresentino più di un decimo del commercio mondiale di beni. Questi scambi spingono le economie integrate nella sua catena del valore. Quindi, dice Georgieva, Stati Uniti, Cina e India, che importano hardware e costruiscono le infrastrutture necessarie per diventare fornitori chiave di Ia. E insieme a loro cinque delle altre sette economie presenti nella top 10, che sono asiatiche e forniscono di tutto, dai microprocessori di fascia alta ai chip di memoria, alle macchine per la produzione di chip e alla robotica.

Lo sviluppo dell’intelligenza artificiale è però un fattore di crescita concentrata, che lascia indietro la maggior parte delle economie.

L’energia rappresenta ancora una volta un freno. L’aumento delle quotazioni di gas e petrolio si trascina dietro quello di fertilizzanti, prodotti alimentari e dei principali fattori di produzione industriali, con la produzione alimentare minacciata anche dal fenomeno El Niño. Individui e imprese (ma anche i Governi) finiscono così nella morsa di inflazione alta e crescita rallentata.

In queste condizioni, spiega Georgieva, tassi di riferimento e curve dei rendimenti salgono. Si arriva così uno degli anelli della crisi che maggiormente influenzano l’economia globale: deficit di bilancio eccessivi, livelli record di debito pubblico ed elevati costi di servizio.

Il debito pubblico globale, ricorda Georgieva, è destinato a superare presto il 100% del Pil. In prima linea ci sono le economie avanzate. «Per i Paesi ad alto indebitamento dell’area dell’Euro, la situazione è più complessa, poiché gli spread rispetto ai Bund tedeschi continuano a crescere, non solo per la Francia e l’Italia, ma anche per l’Irlanda, il Portogallo». Occorre ricostruire spazi di manovra fiscale e «la situazione richiede una serie urgente e completa di politiche».

Troppi fattori giocano per un rialzo dell’inflazione: il boom dell’intelligenza artificiale, gli shock energetici e alimentari, i dazi, la spesa per la difesa e l’elevato debito pubblico. Questo potrebbe essere il momento giusto «per un orientamento prudenzialmente restrittivo» delle politiche monetarie in molti Paesi, afferma Georgieva, che benedice le strette varate da Federal Reserve, Bce e Banca del Giappone.

Tutte le pressioni di questa complessa fase si scaricano poi sui Governi, afferma Georgieva (lo si può vedere nelle proteste in Francia, nella crisi di Governo in Spagna, nell’avanzata dell’estrema destra in Germania, ma anche nel calo di consensi per il presidente Trump). L’aumento del costo degli interessi arriva in un momento di rigidi vincoli di bilancio e priorità di spesa concorrenti. «Eppure – dice Georgieva – non vediamo azioni decisive nelle economie avanzate ad alto indebitamento, dove sono necessari piani credibili di risanamento fiscale a medio termine, supportati in alcuni casi da misure immediate, anche per alleggerire la pressione sulla politica monetaria». Rimandare, insomma, non è più possibile.

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